Se c’è un simbolo universale del Capodanno in giro per il mondo, quello è certamente l’Harbour Bridge di Sydney. Storico ponte della metropoli australiana inaugurato nel 1932, ogni anno ospita uno degli spettacoli pirotecnici più ambiti del pianeta e data la posizione geografica dell’Australia che è uno dei primi Paesi del mondo in cui scocca la mezzanotte. E così, ogni anno le sue immagini fanno il giro di tutti i media del mondo con un enorme valore simbolico.
E’ successo anche quest’anno (vedi fotogallery a corredo dell’articolo). Centinaia di migliaia di spettatori si sono radunati sulle banchine di Sydney per ammirare l’enorme spettacolo pirotecnico sparato a mezzanotte, mentre le barche si assicuravano i posti migliori vicino al famoso teatro dell’opera. L’Harbour Bridge è stato illuminato di bianco come simbolo di pace e unità, mentre le persone accendevano le torce dei loro cellulari per illuminare il porto in un toccante momento di memoria sulla strage islamista di Bondi Beach durante la celebrazione ebraica dell’Hanukkah. Alle 23:00 ora locale (le 13 in Italia), il porto della città è infatti rimasto in silenzio per un minuto, con la folla che teneva accese delle luci per ricordare le vittime proprio mentre una menorah ebraica è stata proiettata sui piloni dell’Harbour Bridge.
Poi, i fuochi d’artificio sono stati lanciati proprio dall’iconico ponte simbolo del progresso e dell’orgoglio australiano, sotto gli occhi di una folla enorme controllata da una massiccia presenza di polizia che ha monitorato le migliaia di persone che si sono radunate sul lungomare del centro per assistere allo spettacolo pirotecnico.
I Ponti di tutto il mondo suscitano meraviglia e fascino, diventando anche il simbolo del Capodanno
Come dimostrano queste immagini da Sydney, nel resto del mondo, i ponti sono molto più che semplici collegamenti stradali. Sono icone identitarie. Pensiamo al Golden Gate di San Francisco, al Tower Bridge di Londra o al Ponte di Brooklyn. Nessuno si sognerebbe di dire che queste strutture “rovinano il paesaggio“. Al contrario, esse definiscono il paesaggio, lo elevano da semplice natura selvaggia a spazio antropizzato, civile, eroico.
Un ponte – da sempre – è il simbolo della vittoria dell’uomo sulla separazione, è il trionfo della connessione sul solipsismo. Rappresenta la vita che scorre, il commercio che fiorisce, la bellezza che si fa funzione. Eppure, in un angolo del Mediterraneo che un tempo fu la culla della civiltà, questa logica sembra capovolgersi in un grottesco spettacolo di immobilismo.
Il paradosso del Ponte sullo Stretto di Messina: la resistenza dei “Cavernicoli” del No
Mentre a Sydney si celebra il futuro sopra un’arcata d’acciaio del 1932, in Italia assistiamo all’ennesimo atto della tragicommedia sul Ponte sullo Stretto. Nonostante tutte le evidenze scientifiche a sostegno della grande opera e i dati tecnici che promettono di abbattere i tempi di percorrenza da ore a pochi minuti, esiste ancora una fazione di nostalgici del sottosviluppo che quotidianamente lottano per ostacolare la realizzazione dell’opera.
È difficile definire altrimenti se non come “trogloditi del paesaggio” o “cavernicoli del progresso” coloro che, nel 2026, continuano a impugnare carte bollate e ricorsi ideologici per impedire la nascita di quella che sarebbe la campata unica più lunga al mondo.
“Rovinerà il paesaggio“, dicono. Come se la bellezza fosse una cartolina immobile e polverosa, e non un organismo vivo che cresce con l’uomo.
Questi oppositori sembrano ignorare che:
- L’estetica è evoluzione: Il paesaggio non è un reperto archeologico intoccabile, ma uno spazio che l’ingegneria moderna può nobilitare.
- L’impatto ambientale è mitigabile: Le tecnologie attuali permettono di costruire nel rispetto degli ecosistemi, molto più di quanto facciano migliaia di traghetti che inquinano quotidianamente le acque dello Stretto con distese di cemento su porti e banchine che deturpano i litorali.
- L’isolamento è povertà: Condannare la Sicilia all’insularità forzata per un presunto “integralismo estetico” è un crimine contro lo sviluppo economico di milioni di cittadini.
Due visioni, un solo futuro
La differenza tra Sydney e Messina non è geografica, è mentale. Da una parte, un popolo che vede nel proprio ponte il fulcro della festa, della gioia e dell’orgoglio nazionale al punto da celebrarlo con soddisfazione come simbolo della propria grandezza, di ricchezza e progresso economico e sociale. Dall’altra, una minoranza rumorosa che preferisce il degrado e la povertà di oggi e la lentezza dei trasporti pur di non vedere cambiare l’orizzonte.
Mentre le foto di Sydney 2026 fanno il giro del mondo, l’augurio per l’Italia è che il 2026 sia l’anno in cui finalmente le ruspe sovrastino le grida di chi vorrebbe riportarci all’età della pietra, regalandoci finalmente un’opera che possa in futuro anche ospitare fuochi d’artificio belli quanto quelli australiani. E’ il Capodanno che vorremmo anche in Italia. Perché il ponte non toglie vista al mare, ma al contrario aggiunge visione all’uomo.














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