“La questione della cardiochirurgia pediatrica in Sicilia, recentemente riportata all’attenzione dell’opinione pubblica dalla trasmissione Report, apre interrogativi profondi sulla gestione della rete sanitaria regionale e sulla correttezza dei processi decisionali che incidono direttamente sulla vita dei bambini e delle loro famiglie. Il confronto tra i centri di Taormina e Palermo non può essere ridotto a una semplice sfida numerica legata alla normativa che prevede un’unica unità di cardiochirurgia pediatrica ogni 4–6 milioni di abitanti. In gioco vi sono la qualità delle cure, la sicurezza dei piccoli pazienti e la trasparenza delle scelte amministrative”. Così in una nota Sebastiano Caudullo, Responsabile Sanità in provincia di Messina di Italia del Meridione.
Trasparenza dei dati e attendibilità delle valutazioni
“Uno dei nodi più critici riguarda la discrepanza tra i dati ufficialmente utilizzati nei processi decisionali e la reale attività clinica svolta. Secondo i dati acquisiti dall’ASP di Messina, il centro di Taormina registra volumi di attività e livelli di complessità degli interventi significativamente più elevati rispetto a quanto rappresentato nelle sedi istituzionali. Parallelamente, emergono dubbi su una possibile sovrastima dei numeri relativi al centro di Palermo, circostanza che potrebbe aver inciso in modo rilevante sulla programmazione sanitaria regionale.
A destare ulteriore preoccupazione è il rifiuto dell’Assessorato regionale alla Salute di rendere pubblici i dati clinici reali e i criteri metodologici utilizzati per il confronto tra i centri. Questa opacità alimenta il legittimo sospetto che decisioni di grande impatto possano essere assunte sulla base di presupposti statistici incompleti o non correttamente rappresentativi della realtà operativa, con il rischio di indebolire o smantellare un presidio di eccellenza”.
La narrazione fuorviante della “mortalità zero”
“Il dibattito mediatico ha inoltre assunto un indirizzo potenzialmente pericoloso, spostando l’attenzione dall’utilità pubblica dei centri alla colpevolizzazione dei singoli operatori sanitari in presenza di complicanze cliniche. È necessario ristabilire una verità scientifica fondamentale: in cardiochirurgia, e in particolare in cardiochirurgia pediatrica, il rischio zero non esiste. L’affermazione di una presunta “mortalità zero” rappresenta un’inesattezza scientifica che rischia di ingannare l’opinione pubblica. Tali dati, quando citati, si riferiscono sempre a periodi temporali limitati o a specifiche tipologie di intervento, e non possono costituire una garanzia assoluta per ogni caso futuro.
Anche i centri del Nord Italia, spesso indicati come modelli di eccellenza, registrano complicanze cliniche che talvolta richiedono reinterventi una volta che i pazienti rientrano in Sicilia. La qualità di un reparto non si misura con slogan, ma attraverso parametri complessi: volume dei casi trattati, esperienza degli operatori, appropriatezza della selezione clinica e rigore dei protocolli assistenziali”.
La centralità della prossimità delle cure
“Un aspetto imprescindibile della discussione riguarda la prossimità delle cure. Esiste una categoria di pazienti – neonati con gravissime malformazioni cardiache o nati prematuri – per i quali il trasferimento verso altre città è fisicamente impossibile o estremamente rischioso. Per questi bambini, poter essere trattati tempestivamente nel centro in cui nascono non è un’opzione, ma rappresenta l’unica concreta possibilità di sopravvivenza.
Indebolire o chiudere centri che garantiscono questa prossimità, basandosi su narrazioni mediatiche parziali o su dati contestabili, significa incentivare inutilmente la migrazione sanitaria e, nei casi più gravi, compromettere l’assistenza immediata ai pazienti più vulnerabili. La sanità pubblica richiede scelte fondate su trasparenza, evidenze scientifiche reali e senso di responsabilità. Quando si parla di cardiochirurgia pediatrica, ogni decisione deve avere al centro una sola priorità: la tutela della vita dei bambini”.


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