Un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Tectonophysics, a firma di Tiziana Sgroi e di un team di esperti dell’INGV, del CNR e delle università di Parma e Utrecht, fornisce un’analisi approfondita della deformazione attiva nell’area dello Stretto di Messina. Il lavoro, di natura geodinamica, si concentra non sulla pericolosità sismica delle faglie esaminate, ma sulla comprensione della loro genesi e dei processi che le governano. Questo studio si inserisce in un contesto di ricerca mirato a esplorare la dinamica tettonica della zona, senza focalizzarsi sugli aspetti legati ai rischi sismici, ma offrendo nuove e importanti conoscenze sui fenomeni geologici che modellano la regione.
Lo Stretto di Messina, stretto passaggio marino tra la Sicilia e la Calabria, è un’area geologicamente dinamica, caratterizzata da un complesso movimento delle placche terrestri. Situato lungo il confine di convergenza tra la placca africana e quella eurasiatica, il bacino marino è modellato da processi di sollevamento regionale e subsidenza localizzata. Questi movimenti sono generati dalle attive faglie crostali che attraversano la zona, la stessa che ha visto eventi sismici devastanti, come il terremoto del 1908 con magnitudo Mw 7.1, che ha colpito gravemente la regione.
Nonostante la frequente attività sismica, i dettagli sulle faglie coinvolte e i meccanismi geodinamici che causano questi fenomeni rimangono ancora oggetto di studio. Un recente lavoro di ricerca ha utilizzato dati sismologici e geofisici marini per indagare le attività neotettoniche all’interno del più ampio contesto geodinamico del Mediterraneo centrale, con l’obiettivo di chiarire le cause e le dinamiche dei movimenti tettonici nella regione.
I risultati dell’analisi, che ha preso in considerazione ipocentri sismici rilocalizzati, modelli di deformazione e tensori di stress, mostrano una notevole variabilità nello spessore sismogenetico e nella distribuzione dei terremoti attraverso lo Stretto. In particolare, si evidenzia una predominanza di deformazione estensionale a profondità tra i 6 e i 20 km, seguita da una deformazione più eterogenea a maggiori profondità (40–80 km), che include anche meccanismi compressivi.
Lo studio interpreta queste osservazioni come il risultato della risposta della crosta terrestre a un’azione tettonica attiva, sviluppata in una vasta zona di deformazione che si estende lungo e sopra il margine della placca calabra in subduzione. In questa zona sono presenti diverse faglie trascorrenti, tra cui la faglia ionica, nel Mar Ionio, e la faglia di Capo Peloro, nel Mar Tirreno meridionale. Insieme, queste faglie delimitano l’area di estensione dello Stretto, con una struttura a “gradini” che sembra essere responsabile dei movimenti verticali e orizzontali osservati nella regione.
Secondo l’analisi, la subsidenza attuale e la sismicità nello Stretto di Messina sarebbero fortemente influenzate dalla deformazione lungo questi segmenti di faglia, in gran parte causata dal movimento relativo tra le placche africana ed eurasiatica, combinato con forze estensionali generate da variazioni laterali nell’energia potenziale gravitazionale.
In sintesi, lo Stretto di Messina si presenta come una zona di alta attività tettonica, dove il continuo movimento delle placche e le deformazioni crostali sono responsabili della frequente attività sismica e di altri fenomeni geologici che continuano a plasmare il territorio.
Questo studio, evidenziando la complessità geologica e la dinamica sismica della regione, contribuisce a smontare gli allarmismi riguardanti la costruzione del Ponte sullo Stretto, dimostrando che le moderne tecnologie ingegneristiche possono affrontare efficacemente le sfide geologiche e sismiche di quest’area, rendendo possibile la realizzazione dell’opera anche in una zona sismicamente attiva.


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