Quelle narrazioni sono solo un lontano ricordo, sempre più remoto. Il Porto di Gioia Tauro, quello storicamente associato a tristi fatti di ‘ndrangheta in passato, oggi è ben altra roba. E guarda tutti dall’alto: è infatti il primo, in Italia, per volumi di traffico container. Il Corriere della Sera gli ha dedicato – nella giornata odierna – un articolo apposito e approfondito con numeri e testimonianze, ripercorrendo anche un po’ di storia.
“Alla fine del 2025 il porto di Gioia Tauro si confermerà il primo in Italia per volumi di traffico container, superando per la prima volte i 4 milioni di teu (l’unità di misura dei container) e staccando scali come Genova, Napoli, Trieste. Gioia Tauro, impressa nella memoria comune per i fatti di ’ndrangheta o per i miliardi dissipati dalla Cassa del Mezzogiorno, diventa così il simbolo di un Sud che cresce e si riscatta grazie a una infrastruttura che funziona. Si può fare, anche in una terra dove l’ombra della malavita organizzata continua a pesare come uno stigma incancellabile” si legge nella parte introduttiva dell’articolo del quotidiano nazionale.
“Gioia Tauro deve il suo primato al fatto di aver puntato sul cosiddetto ‘transhipment’, vale a dire l’andirivieni di gigantesche navi che arrivano qui, scaricano i container su unità navali più piccole le quali proseguono il tragitto verso scali di dimensioni minori. Un hub di importanza mondiale sul quale convergono ben 120 rotte strategiche, la metà nel Mediterraneo e nel mar Nero, le altre con il resto del pianeta. Nell’anno in corso non solo il traffico è cresciuto ma ha retto anche all’annuncio dei dazi, ha retto alla crisi del canale di Suez quando i missili degli Houthi avevano convinto gli armatori a circumnavigare l’Africa anziché avventurarsi nelle acque del mar Rosso” si legge ancora.
La crescita, l’economia calabrese e il ruolo del Ponte sullo Stretto
Paolo Piacenza, da pochi giorni ufficialmente presidente dell’autorità portuale di Gioia Tauro, tra coloro che hanno spiegato al quotidiano i motivi di questa grande crescita: “anche quest’anno registriamo una crescita a doppia cifra del traffico: a ottobre eravamo a +13% e contiamo entro la fine del 2025 di poter non solo superare per la prima volta i 4 milioni di contenitori ma di toccare i 4,3 milioni il che conferma Gioia Tauro quale punto di riferimento per l’intero Mediterraneo”.
“Nell’immediato affrontiamo le sfide ambientali e la tassazione aggiuntiva della Ue sulle emissioni di Co2: investiremo 70 milioni di euro per il cosiddetto ‘cold ironing’ (il sistema che consente alle navi di restare ferme in banchina senza tenere i motori accesi, ndr.) e altri fondi per digitalizzare e ammodernare le operazioni: nasceranno nuove professionalità, merci e gru saranno manovrate da computer”.
“Il retroporto è pianeggiante, ha gradi spazi, non è a ridosso della città e già oggi disponiamo di 6 binari ferroviari su cui si possono formare treni di grandi dimensioni. Gioia Tauro può davvero diventare il polo logistico di tutto il Sud. E poi c’è il Ponte sullo Stretto: il piano di costruzione prevede già che i pezzi del ponte vengano assemblati qui a Gioia Tauro e poi trasportati su chiatte fino a Messina”.
Un po’ di storia
Il Corriere della Sera ripercorre un po’ di storia, evidenziando il salto – in termini di qualità – rispetto ai tempi dell’inaugurazione del Porto. “E pensare che, fino alle metà degli anni ’90 il porto reggino era un ‘buco nero’ nella storia nazionale, un pozzo senza fondo di miliardi. Il 25 aprile del 1975 l’allora ministro per il Mezzogiorno Giulio Andreotti aveva posato la prima pietra a Gioia Tauro (con foto in cui fanno capolino anche esponenti della famiglia Piromalli): un complesso che prevedeva la nascita di un centro siderurgico (il quinto d’Italia) con annesso porto, un risarcimento a un territorio insanguinato dai moti di Reggio Calabria del 1970”.
“Spesa prevista 179 miliardi di lire, tempo di realizzazione tre anni e mezzo. Dopo 13 anni e dopo 1.000 miliardi spesi, il siderurgico e il porto di Gioia Tauro avevano tristemente allungato la lista delle «cattedrali nel deserto» finanziate dalla Cassa del Mezzogiorno: mai entrate in funzione, manco per un giorno. Finché, a partire dal 1993, alcuni operatori di caratura internazionale si accorgono delle potenzialità del luogo” si legge.
Perché oggi è tutto cambiato?
Alessandro Panaro, esperto del centro studi SRM e capo del dipartimento di economia marittima di economia marittima, spiega perché oggi il Porto di Gioia Tauro ha cambiato vocazione: “innanzitutto questo è l’unico porto italiano a disporre di fondali di 18 metri. È cioè l’unico che consente l’attracco a colossi lunghi fino a 400 metri divenuti protagonisti dei traffici via mare e capaci di portare fino a 25.000 container. In secondo luogo su Gioia Tauro ha puntato MSC, vale a dire l’operatore mondiale numero uno per i container che garantisce gradi volumi di merci. Gioia Tauro si è trovata così al centro dell’asse che unisce la principale economia esportatrice del pianeta (la Cina) con la principale importatrice (gli Usa). Inoltre il porto si è fondamentalmente specializzato ma sta incidendo anche sul business dell’automotive altro traffico strategico per il Paese”.
“Il cambiamento è consistito nel rendersi conto che la vera vocazione del Sud partiva dalle infrastrutture e della logistica. Ora la scommessa è quella di ‘aprire i container’ e avviare uno sviluppo che coinvolga anche il retroterra del porto. L’istituzione della Zes ha già mosso in Calabria circa il 9% dei crediti d’imposta ma i veri risultati potremo apprezzarli nel giro di cinque o sei anni. Basterebbero un paio di grandi investitori internazionali, come è avvenuto a Tangeri dove l’insediamento della Renault ha messo le ali allo sviluppo di tutta l’area”.


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