Riforma della Giustizia, è partita la corsa al Referendum: come ci arrivano i partiti, tra raccolte firme e corsa al “no”

Referendum Riforma della Giustizia: il centrodestra si mobilita per primo e si attiva con raccolte firme, il centrosinistra è pronto al "no" col campo largo

Ieri è stata approvata definitivamente in Senato la Riforma della Giustizia. Ora, il nuovo step: la corsa al Referendum. Ovviamente, i partiti ci arrivano con modi e tempi diversi. Il centrodestra si mobilita per primo e si attiva – con i quattro partiti, insieme – per raccogliere le firme tra i parlamentari e confermare la norma (per legge, servono le firme di 1/5 dei deputati o dei senatori, oppure di 500 mila cittadini o di 5 Consigli regionali). A sinistra il ‘no’ è convinto e condiviso, ma sul come e quando è presto, si deciderà. E assicurano che per ora nessuna strada è preclusa, che sia un’iniziativa di tutto il “campo largo” o un comitato referendario più simile a quello che è stato protagonista del no all’Autonomia Differenziata. In comune, insomma, c’è la sfida al governo.

D’altronde, lo hanno confermato e ribadito Schlein e Conte, evidenziando come la Riforma, per loro, sia per “colpire Costituzione e Corte dei Conti”, nonché per “non avere controlli”. Avs tace. Ma tutti e tre, separatamente, garantiscono che il fronte è unito. I distinguo restano su quanto farne una battaglia comune o distinta dall’Associazione dei magistrati (Schlein ha scelto la seconda opzione).

Le prospettive e le reazioni

Intanto in prospettiva, tutti gli schieramenti hanno davanti un orizzonte di 5-6 mesi. Tanto manca a quella sfida, in base alla legge (che prevede almeno 3 mesi per la raccolta firme) e seguendo la previsione del Guardasigilli, Carlo Nordio. “Tra marzo e aprile 2026 arriveremo al referendum”, dice il ministro lasciando il Senato che ha messo il sigillo sulla legge costituzionale che separa le carriere dei magistrati e sdoppia il Csm.

Ma nell’emiciclo è Forza Italia a intestarsi la battaglia: “il nostro partito sarà in prima fila con comitati del sì che costituiremo dal centro alla periferia, provincia per provincia e città per città”, annuncia Pierantonio Zanettin. Lui, che per gli azzurri potrebbe essere il referente della partita insieme a Enrico Costa, aggiunge che la mobilitazione delle firme comincerà “già da domani”. E in effetti i berlusconiani, che al loro fondatore dedicano il traguardo raggiunto, puntano a un battage anche a livello locale coinvolgendo avvocati, vittime di errori giudiziari, magistrati “stanchi e delusi” per dibattiti o interviste. Lo dice chiaramente Elisabetta Casellati che guida il partito in Basilicata, dove è stata eletta: “Avvierò immediatamente i comitati per il sì al referendum in Basilicata”, spiega l’ex presidente del Senato.

Ma FI non resterà sola. Tant’è che subito dopo il voto, l’annuncio si fa corale: i capigruppo della coalizione Lucio Malan (FdI), Massimiliano Romeo (Lega), Maurizio Gasparri (FdI) e Michaela Biancofiore (Noi moderati) rivelano in una nota che hanno avviato l’iter per la raccolta firme dei senatori, che si concretizzerà non appena il disegno di legge sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Idem fanno i colleghi alla Camera. In campo ci sarà pure la Lega, memore dei referendum che condivise con i Radicali nel giugno 2022 per la separazione delle carriere. Un po’ defilati sembrano i meloniani, con Malan che sostiene la consultazione perché “per noi la sovranità appartiene al popolo”.