Pur con qualche defezione e nonostante alti richiami le imbarcazioni della Flotilla navigano imperterrite verso la meta. Dal punto di vista di chi non si piega all’ideale c’è da togliersi tanto di cappello, ma con qualche considerazione. Le imbarcazioni che la rappresentano sono di decine di paesi e su diverse centinaia di componenti dell’equipaggio solo una cinquantina sono italiani, anche se, come al solito, di peso: persino alcuni parlamentari che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di questa eccelsa zingarata per rivivere un istinto sessantottino che in certe aree politiche da noi è sempreverde.
Quasi tutte le rappresentanze diplomatiche se ne sono lavate le mani
Eppure, nonostante qualche decina di paesi rappresentati, quasi tutte le rappresentanze diplomatiche se ne sono lavate le mani dicendo con una certa saggezza che non potevano fornire rappresentanza politica. Non ultima la Svezia, patria della giovane Greta Thunberg, l’attivista che dopo qualche periodo di sopore con questa missione rinasce a nuova vita mediatica, che attraverso il suo Ministro ha fatto sapere con parole chiare e concise di non potere fornire nessuna “assistenza consolare in mare”. Cioè, in parole semplici, di stare attenti a quello che stavano facendo perché poi il paese se ne sarebbe lavato le mani. Parole al vento, naturalmente, perché lo scopo è quello di mettersi un po’ in mostra parandosi un po’ dietro lo scudo della missione umanitaria: chi avrebbe potuto criticare un così alto e nobile impegno?
Silenzio persino in Spagna
Silenzio generale ovunque, dunque, persino in Spagna dove il leader di un governo di una sinistra oltranzista si è pur messo a capo di un gruppo di Stati molto attento alle delle sorti politiche della Palestina. Silenzio ovunque tranne in Italia dove è difficile aprire un telegiornale senza ascoltare con ansia di ogni miglio che questa famigerata Flotilla sta percorrendo e dei richiami supplichevoli delle massime cariche dello Stato a tornare indietro, a fermarsi e a valutare bene quello che stanno facendo, come dei buoni pater familias di fronte a dei bambini capricciosi che non ne vogliono sentire. E insomma si è mosso supplichevole persino il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, Ministri e vertici politici, tanto che ci verrebbe da chiederci se in Italia il dibattito politico non avrebbe altro, e di più serio, di cui occuparsi.
Fratoianni e Travaglio
Ma, al di là dell’altezza dei rappresentanti, è ascoltare talvolta il contenuto di certe discussioni che ci lascia esterrefatti. Fratoianni, ma detto da uno come lui ormai non fa neanche impressione, afferma finanche la possibilità del rischio di una guerra con Israele (lui, vien da pensare, non arriva a dirlo apertamente ma immaginiamo che sogni una sorta di crociata occidentale contro lo Stato ebraico). Ma quello che Fratoianni sembra sperare senza dirlo Travaglio lo dice esplicitamente. E quello che detto da Fratoianni non fa neanche impressione, detto da uno come Travaglio una certa impressione dovrebbe farla, se non fosse il Travaglio degli ultimi mesi che ormai ci ha abituato a tutto. Afferma che la questione va addirittura ribaltata affermando che non siamo noi a dichiarargli guerra ma è lui a dichiarare guerra a noi, anche se siamo noi a recarci in prossimità delle sue acque territoriali.
“Quindi non siamo noi che dichiariamo guerra a Israele, è Israele che dichiara guerra a noi e a tutti i paesi delle bandiere di quelle barche se osa fare anche soltanto un forellino nello scafo”. Cioè, apertamente, il preludio della terza guerra mondiale per un pugno di barche a vela. E c’è da stare lì ad ascoltare se per il cibo che potrebbe essere contenuto in due tir, e che in tanti altri si sono offerti di fare arrivare con maggiori sicurezze e più velocemente, adesso dobbiamo pure dichiarare guerra a uno dei maggiori eserciti del mondo.
Viviamo in un’epoca in cui per essere devi apparire
La verità è secondo me che spesso in Italia le notizie le creano i giornalisti stessi, amplificando fatti e situazioni che di per sé sono sciocchezze ma che si nutrono proprio della necessità di comparire e di mettersi in mostra (e cosa è Greta Thunberg se non un fenomeno mediatico?). Come dicemmo spesso citando Guy Debord, viviamo in un’epoca in cui per essere devi apparire, e un certo giornalismo, facendo certo anche il suo mestiere, crea lui stesso e alimenta la notizia, ma spesso la crea anche dove non esiste, o esiste in maniera molto fioca.
I fatti sono molto più semplici
I fatti sono molto più semplici. Ognuno è libero, in Occidente, di recarsi dove vuole. Se poi invece di andare a Londra o a Parigi decide di andare in Nigeria o nello Yemen, da dove invece la gente che già c’è vorrebbe fuggire, problemi suoi. Ma naturalmente tra milioni di persone qualcuno smanioso di avventure lo trovi sempre, e ogni tanto arriva la notizia che qualcuno è stato rapito o s’è fatto male, e il ministero deve iniziare le trattative per riportarlo in patria. Trattativa è una parola dietro cui si nasconde, diplomaticamente, trovare qualche gentleman di quelli con l’animo e le mani luride che porti qualche milione ai terroristi locali che saranno spesi in armi e prelibatezze del genere, e sperando che non ci scappi qualche altro morto, come era accaduto in Iraq.
I giovani intraprendenti della Flotilla sfidano governi e autorità
Adesso questi giovani intraprendenti della Flotilla sfidano governi e autorità varie per portare i loro (numericamente miserevoli) aiuti in una delle zone attualmente più calde del pianeta (che, è ovvio, non cambieranno nulla né dal punto di vista alimentare né dal punto di vista politico). Come detto, ci leviamo il cappello di fronte a un simile gesto compiuto con cotanta pervicacia. Purché lo facciano a spese loro. A pagarne poi noi lo scotto non ci stiamo. La rivoluzione, diceva Longanesi, qui la vogliono fare tutti d’accordo con i carabinieri. Ma è troppo comodo: chi vuol fare l’eroe, lo faccia sulla sua pelle, che già di guai ne abbiamo fin troppi per conto nostro.


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