Reggio Calabria, il circolo l’Agorà ricorda Antonio Francesco Lascala: “Palazzo San Giorgio dimentica” | VIDEO

Nella mattinata di sabato 27 settembre, nonostante la pioggia, il Circolo Culturale “L’Agorà” ha organizzato un momento di ricordo in memoria di Francesco Antonio Lascala, vittima della strage di Bologna del 2 agosto 1980

  • Commemorazione Antonio Francesco Lascala
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  • Commemorazione Antonio Francesco Lascala
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Nella mattinata di sabato 27 settembre, nonostante il tempo inclemente, si è svolta una semplice ma toccante manifestazione di alto significato sia morale che culturale, a riguardo un momento di ricordo per Francesco Antonio Lascala, vittima della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nel corso della manifestazione, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà”, sono state analizzate le varie iniziative organizzate a tal riguardo, tra le quali la proposta ufficiale del 2018 inoltrata al Comune di Reggio Calabria.

La conversazione si è svolta lungo la scalinata di collegamento tra la via Argine Destro Calopinace ed il viale Galileo Galilei, luogo già indicata dal sodalizio culturale reggino come area dedicata a Francesco Antonio Lascala. Le motivazioni di tale scelta traggono spunto sia dal luogo di residenza della famiglia Lascala ed il luogo di lavoro di Francesco Antonio Lascala. Queste alcune delle cifre che sono state oggetto di analisi da parte di Gianni Aiello, presidente del Circolo Culturale “L’Agorà”, il quale nel corso del suo breve ma incisivo intervento ha ricordato anche le varie iniziative su Francesco Antonio Lascala. La commemorazione è stata salutata dal lancio di centinaia di palloncini bianchi che sono stati liberati dai presenti.

Il significato e i valori del colore bianco nella cultura occidentale

Il bianco è sovente associato a purezza, perfezione, onestà, purezza. Le indagini condotte in Europa e negli Stati Uniti associano ripetutamente il colore bianco a forme di purezza.

È sinonimo di purezza, di spiritualità, di connessione con la parte divina che è dentro ognuno di noi. Il colore bianco è l’esatto opposto del colore nero ed è portatore di luce, di apertura, di pace e di nuovi inizi.

Il bianco evoca purezza, castità, innocenza, verginità, pulizia, pace, semplicità, il divino e la luce primordiale.

Nella liturgia cristiana indica innocenza, gioia ed infatti viene usato nei battesimi, nei matrimoni, nelle solennità della Madonna, del Signore, nel tempo del Natale e della Pasqua.

Nell’antichità il bianco era considerato un colore al pari degli altri ed infatti già nelle grotte paleolitiche sulle pareti si usavano materie gessose per ottenere delle figure con questo colore.

Nel 1854 venne istituito il dogma dell’Immacolata Concezione, in cui il bianco diventò il secondo colore della Madonna (il primo era il blu).

I fatti

Alle 10:25 di sabato 2 agosto 1980, un ordigno ad altissimo potenziale esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna Centrale. L’esplosione provocò il crollo della struttura sovrastante le sale d’aspetto e di trenta metri della pensilina. Investì anche due vetture di un treno in sosta al primo binario. Le conseguenze dell’esplosione furono di terrificante gravità anche a causa dell’affollamento della stazione in un giorno prefestivo di agosto.

Rimasero uccise ottantacinque persone e il ferimento o la mutilazione di oltre 200 individui. L’esplosione provocò il crollo della struttura sovrastante le sale d’aspetto e di trenta metri della pensilina. Investì anche due vetture di un treno in sosta al primo binario. La bomba, di fabbricazione militare, era composta da 23 kg di esplosivo: una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta «Compound B», potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina a uso civile).

La valigia con l’ordigno fu sistemata a circa 50 cm d’altezza, su un tavolino portabagagli sotto il muro portante della sala, allo scopo di aumentarne gli effetti. L’onda d’urto dell’esplosione, con le pietre e i detriti dell’ala ovest del fabbricato, devastò il parcheggio dei taxi antistante e distrusse un tratto di circa 30 metri della pensilina del primo binario, investendo anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, che si trovava in sosta sul primo binario in quel momento. La città emiliana si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, giunto nel pomeriggio a Bologna, affermò: “siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia, al più grave attentato dell’Italia repubblicana“.

Nei giorni successivi la centrale piazza Maggiore ospitò imponenti manifestazioni di sdegno e di protesta da parte della popolazione e non furono risparmiate accese critiche e proteste rivolte ai rappresentanti del governo, intervenuti il giorno dei funerali delle vittime celebrati il 6 agosto nella basilica di San Petronio. Gli unici applausi furono riservati al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, giunto con un elicottero a Bologna alle 17:30 del giorno della strage, che in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: «Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia».

I soccorsi

Immediatamente si attivarono i soccorsi e molti cittadini, insieme ai viaggiatori presenti, prestarono i primi soccorsi alle vittime e contribuirono a estrarre le persone sepolte dalle macerie. La corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna, su cui si trova la stazione, fu riservata alle ambulanze e ai mezzi di soccorso. Dato il grande numero di feriti, non essendo i mezzi sufficienti al loro trasporto verso gli ospedali cittadini, i vigili impiegarono anche autobus (si ricorda in particolare quello della linea 37), auto private e taxi.

Al fine di prestare le cure alle vittime, i medici e il personale ospedaliero fecero ritorno dalle ferie, così come i reparti, chiusi per le ferie estive, furono riaperti per consentire il ricovero di tutti i pazienti. L’autobus 37 divenne, insieme all’orologio fermo alle 10:25, uno dei simboli della strage.

Le vittime

Il 2 agosto 1980, alle ore 10:25 del mattino, una potente esplosione devastò la sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna: un ordigno collocato in una valigia abbandonata causò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200.

L’attentato si inserisce nella cosiddetta “strategia della tensione”, una fase della storia italiana che va dalla fine degli’60 all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso.

Tra le vittime innocenti di quella mattina, c’era anche Francesco Antonio Lascala, ex centralinista delle Ferrovie dello Stato in pensione.

Originario di Reggio Calabria, Lascala si trovava sul primo binario in attesa del treno delle 11:05 per raggiungere Fidenza e poi Cremona, dove viveva la figlia Enza.Un viaggio che non avrebbe mai completato, interrotto dalla violenza cieca e assurda dell’ordigno esplosivo.

Chi era Francesco Antonio Lascala?

Si era messo in viaggio perché voleva pescare lungo il Po. “Ci saremmo andati insieme. Ma il ritardo del treno dal Sud gli ha fatto perdere la coincidenza a Bologna per Cremona e ha dovuto aspettare il prossimo collegamento. Purtroppo le lancette della vita si fermarono bruscamente, insieme a quelle delle altre vittime, alle 10,25, orario in cui si spensero bruscamente sogni, speranze, affetti familiari, progetti, stroncati da uno spaventoso fragore scaturito da un ordigno posto all’interno della stazione emiliana”.

Antonio Francesco Lascala, centralinista delle ferrovie da poco in pensione, era originario di Bianco, un piccolo comune in provincia di Reggio Calabria, ma, dopo la guerra, si era trasferito nel vicino capoluogo.

Aveva tre figli: Domenico (anche lui ferroviere), Giuseppe (impiegato di banca) e Vincenza, per tutti Enza.Come molti altri, Francesco, è morto per un treno in ritardo. La mattina del 2 agosto, Francesco Antonio, di Reggio Calabria, ex centralinista delle Ferrovie dello Stato, ormai in pensione, si trovava sul primo binario, in attesa del treno delle 11,05 che lo avrebbe portato a Fidenza e poi a Cremona per trascorrere qualche giorno a casa della figlia ventisettenne Vincenza, sposata con Osvaldo Ottoni rappresentante di libri scolastici.

Osvaldo aveva preparato canne e mulinelli per dedicarsi, in compagnia del genero, al suo passatempo preferito, la pesca nei fiumi e nei laghi del nord.

Quel sabato – racconta Domenico, il maggiore dei tre figli di Francesco Antonio – ho acceso la TV come ogni giorno per vedere il telegiornale dell’una. Quando ho sentito del disastro e ho visto l’orologio della stazione fermo sulle 10,26 mi si è raggelato il sangue; ho capito subito che a mio padre doveva essere successo qualcosa. Verso le nove e mezza, infatti, aveva telefonato da Bologna, per avvertirci che era arrivato con tre ore di ritardo e aveva perso la coincidenza, e per dirci di tranquillizzare mia sorella Vincenza nel caso si fosse allarmata per il suo mancato arrivo. Premuroso come era, se mio padre fosse scampato alla strage avrebbe sicuramente ritelefonato a casa per metterci il cuore in pace”. Francesco Antonio viveva a Reggio Calabria con la moglie Elvira, e il figlio minore Giuseppe, venticinquenne.

Le commemorazioni nel capoluogo emiliano

Ogni anno, a far data dal 1981, a Bologna, la giornata del 2 agosto diventa meta obbligatoria di un incontro della memoria. Non bisogna dimenticare la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, in quanto far memoria di quella tragedia è un’azione non solo di coscienza civica, ma richiamo all’attenzione di una storia che non va dimenticata: tutti hanno il dovere alla salvaguardia e alla tutela della memoria, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Ma i vari inviti, le sollecitazioni, che si sono susseguite nel tempo, come quella dell’allora Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini, o dell’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, sembrano non avere quella dovuta e certa attenzione a Reggio Calabria, da parte delle istituzioni locali.

Le assenze del Gonfalone del Comune di Reggio Calabria

Ogni anno, a far data dal 1981, a Bologna, la giornata del 2 agosto diventa meta obbligatoria di un incontro della memoria. A tale appuntamento si riscontra per un discorso di coscienza civica, di solidarietà nei confronti di quella Città, nel rispetto di quei morti, di quei feriti, dei parenti degli stessi, la presenza di gonfaloni di diversi enti locali della Repubblica italiana.

A Reggio Calabria, la memoria di Francesco Antonio Lascala resta purtroppo dimenticata dalle istituzioni locali. Nessun gonfalone ufficiale è mai stato presente alle commemorazioni a Bologna, e nessun segno tangibile di solidarietà o riconoscimento è stato mostrato, nemmeno nel 2025, a 45 anni dalla tragedia. Quale sarebbe il senso della nota pubblicata sul sito dell’Anci il 2 agosto 2016, a firma dell’attuale Sindaco di Reggio Calabria, il quale menziona “verità e giustizia per i familiari e per le vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980”?

Sono trascorsi “soltanto” 45 anni dalla strage del 2 agosto ed ancora nella parte meridionale della Penisola italiana, nonostante le sollecitazioni, indirizzate alla conservazione della memoria, da parte del Presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini, così come ribadito anche da parte dell’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella: “la città di Bologna, sin dai primi minuti dopo l’attentato, ha mostrato i valori di civiltà che la animano“.

In ultimo, ma non per ultimo, un pensiero va rivolto alla classificazione delle famose cinque categorie del genere umano redatta dal letterato Leonardo Sciascia: cosa è cambiato oggi? Nulla. In questo grande caos, l’appiattimento, è così presente nella società, che il livellamento intellettuale, culturale, politico, si rivela fatale, per la buona riuscita di qualsiasi programma serio di sviluppo, non solo economico, ma della sopravvivenza stessa di questo pezzo di umanità, meglio noto come Popolo Italiano.

Palazzo San Giorgio: un orologio fermo da 45 anni

A Bologna c’è un orologio che segna le 10.25 di mattina da 45 anni. È l’orologio dell’ala ovest della stazione di Bologna ed è fermo dal 2 agosto del 1980. Tutto ciò non rientra evidentemente nei programmi di Palazzo San Giorgio, nonostante le varie sollecitazioni avanzate nel tempo a riguardo l’intitolazione di un luogo pubblico a Francesco Antonio Lascala, già individuato. Forse, secondo alcune “logiche” bisogna dimenticare perché, in quella piazza, il tempo si sia fermato alle 10.25 di 45 anni fa?

Piace ricordare le varie sollecitazioni istituzionali, come ad esempio quella, di diversi lustri fa, da parte di Ivan Tripodi, all’epoca Presidente della V Circoscrizione (Rione Ferrovieri, Stadio, Gebbione) che non portò more, solito, nessun esito.

Il Circolo Culturale “L’Agorà”, oltre a rendersi autore di diverse iniziative indirizzate a ricordare la figura di Antonio Francesco Lascala, indirizzò una richiesta di intitolazione di luogo pubblico al Comune di Reggio Calabria, proposta acquisita d’ufficio al prot. 125802 del 6 agosto 2018 – indirizzata al sindaco, al segretario generale, al presidente della Commissione Toponomastica, al presidente del Consiglio.

Il sodalizio culturale reggino, ha indirizzato una PEC alla Segretaria della Commissione Toponomastica del Comune di Reggio Calabria, utilizzando gli indirizzi telematici presenti sul portale ufficiale dell’Ente, chiedendo nella stessa, in considerazione anche del tempo trascorso dalla richiesta di sette anni fa, di essere notiziato circa le eventuali decisioni assunte in merito da parte della Commissione Topononastica alla quale la presente è diretta.

Il silenzio assordante che si percepisce in riva allo Stretto continentale fa pensare che ci siano morti di serie A e morti di categoria inferiore.

Un muro di silenzio che dura da sette anni, nonostante si tratta di un gesto simbolico, necessario per restituire dignità e memoria a una vittima reggina della peggiore strage terroristica mai avvenuta in tempo di pace in Italia.

La scelta della location

Francesco Antonio viveva a Reggio Calabria con la moglie Elvira, e il figlio minore Giuseppe, venticinquenne. Il rione ferrovieri, ubicato nella zona sud della Città, era il luogo dove abitava la famiglia da parecchi anni. L’area è un intreccio di stradine e cortili, nato per dare alloggio ai dipendenti delle Ferrovie dello Stato.

Le motivazioni di tale scelta traggono spunto sia dal luogo di residenza della famiglia Lascala ed il luogo di lavoro di Francesco Antonio Lascala, percorso che quotidianamente lo stesso percorreva per recarsi alla stazione centrale di Reggio Calabria, dove svolgeva le mansioni di centralinista. Quindi tale location rappresenta la giusta porta tra la sua abitazione e il proprio ufficio.

La conversazione, organizzata dal sodalizio culturale reggino, è disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete.