di Giuseppe Romeo – Mercoledì, in piazza De Nava, il sindaco Giuseppe Falcomatà salirà sul palco per l’ennesimo comizio, questa volta in vista del rush finale della campagna elettorale regionale. Lo farà dopo oltre undici anni alla guida di Palazzo San Giorgio e di Palazzo Alvaro, e lo farà non per puntare alla presidenza della Regione, non per incarnare la speranza di un intero territorio, ma semplicemente per chiedere ai reggini un posto da consigliere.
Falcomatà senza forza e carisma
È questo, già di per sé, un segnale che pesa come un macigno: il sindaco di Reggio Calabria, dopo due mandati e più di un decennio di governo, non ha oggi la forza, né il consenso, né il carisma per ambire a ruoli di vertice. Né qui, né altrove. Fa male da reggini constatare che chi avrebbe dovuto rappresentare la nostra comunità come un leader, con la capacità di misurarsi alla pari con i grandi scenari regionali e nazionali, si ritrovi oggi a competere con ex assessori, consiglieri comunali di piccoli centri o semplici cittadini che hanno deciso di mettersi in gioco.
La parentesi milanese
Fa ancora più male pensare alla parentesi milanese: la candidatura per un posto di categoria C, da diplomato, al Comune guidato dall’amico Sala. Non per un incarico dirigenziale, non per un ruolo che restituisse dignità alla sua esperienza amministrativa, ma per una posizione a cui concorrono ragazzi appena usciti dalle superiori. Il punto, però, è che non poteva essere altrimenti. Perché guardando agli undici anni trascorsi, Reggio Calabria non ha fatto passi avanti: li ha persi.
Le promesse di Falcomatà
Falcomatà aveva promesso di restituire ai cittadini i servizi essenziali. Undici anni dopo, la città è ancora invasa dai rifiuti che spesso bruciano perfino nelle vie centrali; lo sfalcio è inesistente, con topi e blatte che fanno capolino anche nei quartieri più frequentati; l’acqua manca in intere zone nelle ore di punta; le strade restano un colabrodo, senza segnaletica degna di una città metropolitana.
Finanziamenti
Eppure i finanziamenti sono arrivati, più di un miliardo. Ma i cantieri si aprono e poi si fermano. Il Lido comunale, il Palazzo di giustizia, la palestra di San Giovannello, la piscina dello stadio, il monastero della Visitazione: opere ferme al palo. E così i gioielli di famiglia, come l’hotel Miramare e il centro Girasole, sacrificati dopo anni di promesse e strategie mancate. Anche i progetti minori, che potevano essere un segnale di attenzione, vengono lasciati a metà, e le poche strutture completate finiscono presto chiuse per mancanza di manutenzione, come la villetta di Santa Caterina.
Nel frattempo, decine di plessi scolastici sono stati chiusi per problemi strutturali, senza che venisse mai elaborata una strategia complessiva per la costruzione di nuove scuole. Un patrimonio educativo ridotto in frantumi, che costringe famiglie e studenti a vivere nell’incertezza quotidiana.
Nodo politico
E qui emerge il nodo politico più grave: in undici anni, il sindaco ha deciso sempre e soltanto in funzione del proprio interesse. Le conseguenze, però, le abbiamo pagate tutti noi reggini, con i nostri servizi sacrificati, la nostra città ferma e il nostro futuro ipotecato. È avvenuto anche con la nostra squadra del cuore, lasciata marcire in Serie D pur di non consegnarla a chi aveva capacità economiche e organizzative superiori ma era inviso politicamente al primo cittadino. Un errore imperdonabile che ha ferito l’orgoglio di un’intera comunità.
Non basta stabilizzare lavoratori se i servizi non migliorano. Non basta aprire un cantiere se poi viene lasciato in eredità come ferita aperta. Non basta parlare di riequilibrio dei conti se le tasse restano al massimo e la qualità della vita non cambia.
E non basta nemmeno saper parlare. Perché nessuno nega le doti dialettiche del sindaco, la sua capacità di incantare un pubblico. Ma le parole non asfaltano strade, non raccolgono rifiuti, non restituiscono dignità a una città che, mentre altre realtà vicine hanno marciato, è rimasta indietro, zavorrata da immobilismo e contraddizioni.
Falcomatà ha perso tutti i fedelissimi
Falcomatà aveva la possibilità di costruire una nuova classe dirigente, di aprire un ciclo. Invece, si è circondato di fedelissimi, salvo poi perdere, strada facendo, i migliori che lo avevano sostenuto agli albori. I malumori interni, i pettegolezzi, le rotture politiche, hanno via via isolato il sindaco dal suo partito, dalla maggioranza e perfino dalla città. Prima, almeno, si era attorniato da persone in grado di partecipare anche a tavoli nazionali, oggi gli uomini più vicini al sindaco, come in un commento sui social di ieri del consigliere delegato Barreca, dimostrano di non conoscere nemmeno la differenza tra presidente di giunta e di consiglio regionale.
Reggio ha perso 11 anni
Oggi, alla vigilia del comizio di piazza De Nava, non resta che una consapevolezza amara: Reggio ha perso undici anni. Undici anni in cui avremmo potuto costruire, crescere, guardare avanti. Undici anni invece sprecati tra promesse non mantenute, cantieri fermi, illusioni tradite e premiando sempre “chi conosce qualcuno e non qualcosa” con pletorici staff e bizzarri scorrimenti di concorsi pubblici.
Mercoledì, molti ascolteranno Falcomatà parlare, e ancora una volta riconosceranno la sua abilità oratoria. Ma la realtà è che a Reggio non servono incantatori di serpenti. Servono amministratori capaci di trasformare le parole in fatti. E questa città, purtroppo, da troppo tempo aspetta invano.


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