Addio a Franco Arillotta. Se ne va uno dei grandi raccontatori di Reggio Calabria

Morte Arillotta: prima di morire ha fatto in tempo a terminare un’ultima opera sulla storia di Reggio, che completa un altro tassello della sua eredità culturale

Conobbi Franco Arillotta da adolescente, ad una conferenza a cui ero stato invitato, o forse sarebbe meglio dire coartato come spesso accade nel nostro mondo intellettuale quando per amicizia non puoi sottrarti ma sei ansioso solo di fuggir via perché di solito i relatori parlano più che al pubblico solo a sé stessi e le parole si trascinano sonnolente in un effluvio di citazioni che servono solo a dimostrare la propria cultura agli astanti. E invece, dopo la presentazione di rito vidi quest’uomo che  cominciò ad illustrare strade e percorsi di Reggio immergendomi in un linguaggio affascinante e cordiale dentro la storia cittadina e quando terminò mi chiesi perché aveva finito di farlo così presto. E sebbene sembrava fossero passati appena pochi minuti mi resi conto che era trascorsa quasi un’ora senza che me ne fossi accorto, e lo avrei ascoltato ancora tutta la serata. E uscii da lì e cominciai a guardare la città con altro occhio, e tutto mi scorreva innanzi con sguardo diverso. Ero entrato in un modo, ne uscivo in un altro.

Lo ritrovai parecchi anni dopo, e nonostante l’età ormai ragguardevole non aveva perso nulla della sua brillantezza. Credo che pochi storici, tra quelli che ho conosciuto forse solo il preside Trombetta, conservassero quella brillantezza di sapore ottocentesco che sapeva combinare in egual misura la profondità della cultura alla cordialità della conversazione e quelle buone maniere che questo tempo fugace va ormai dissolvendo.

Amici del Museo

Il dialogo con lui era sempre piacevolissimo, e la profondità della conoscenza ampliava sempre la conversazione: si iniziava da una cosa, si finiva per scoprirne tantissime altre. Lo incontravo ultimamente nella sede degli Amici del Museo, che dirigeva con un vigore insospettabile. Nelle nostre conversazioni informali che precedevano sempre qualche sua pubblicazione in corso d’opera ci soffermavamo spesso a parlare delle vicende cittadine, e lui come uno di quei griot africani di cui si dice che quando muoiono è come se un’intera biblioteca va in fiamme, mi illustrava pareri e informazioni. Credo che la città non abbia, se mi è consentito il termine, “sfruttato” a dovere la sua competenza e la sua splendida cultura. Talvolta gli portavo qualche sfogo, come per questa nuova toponomastica cittadina che andava certamente rinnovata nella confusione delle strade di una città cresciuta troppo disordinatamente, ma certo con un po’ più di discernimento, visto che non si è negato a nessuno l’onore di qualche via e di qualche targa.

“A leggere i nome delle nuove vie e dei parchi vivevamo in un rinascimento di scrittori, poeti e artisti e non ce ne eravamo accorti” gli dissi. E lui con il consueto umorismo che accompagnava la sua conversazione mi rispose: “In realtà di uomini davvero importanti questa città ne ha prodotti, ma come al solito si è voluta seguire l’idea di non scontentar nessuno e come sempre a inseguire le figure futili poi si sono dimenticate proprio quelle ragguardevoli. Hanno dedicato una strada finanche al poeta Balia. Ora manca Maria Ciociola e il Cavaliere Cento, e poi la commissione avrà completato il suo compito”.

Eppure di ricerche, quelle serie da tirar fuori dagli anfratti della storia, a lui se ne devono parecchie. Quella ad esempio sulla prima Bibbia che fu stampata proprio a Reggio, in una copia che adesso si trova nella Biblioteca Palatina di Parma, e che fece ristampare anastaticamente per poterla ammirare anche nel luogo d’origine.

E poi, per non dilungarmi oltre, la scoperta che un galeone spagnolo con tutto il suo carico era affondato nel Seicento poco al largo della costa di Cannitello. Con un carico preziosissimo che ne giustificherebbe appieno le spese per il recupero.

Ma mai ad andarlo a trovare si tornava a bocca asciutta. Io andavo a parlare con lui spesso solo da modesto storico per qualche parere ma con lui la conversazione si allargava sempre a nuovi orizzonti e, come la prima volta che lo ascoltai, il tempo, da quei dieci minuti che mi sembravano essere trascorsi si era invece dilatato e scoprivo che era invece passata un’ora, o forse due, ma chi avrebbe interrotto Franco Arillotta? La sua narrazione, splendida e precisa, come un romanzo salgariano si arrampicava nei recessi del tempo e ti affascinava, e ogni volta ne uscivi diverso e ammaliato.

Fino a che, appunto, nella tarda serata di sabato un incidente domestico gli è stato fatale. Non ebbe l’accortezza, Franco, proprio lui che nella sua vita era sempre stato attento ad ogni piccolo particolare, di farsi male in qualche giorno feriale, visto che qui da noi la domenica al pronto soccorso si trova quel che si trova. Era stato sempre troppo attento alle magnificenze del passato per curarsi troppo delle miserie del presente.

Ultima opera

Prima di morire ha fatto in tempo a terminare un’ultima opera  sulla storia di Reggio, che completa un altro tassello della sua eredità culturale. Di libri splendidi ne ha scritti parecchi, e non saprei quale consigliare più di altri. Io ho sempre sostenuto che per combattere una certa ignoranza di cui abbiamo fin troppo a lungo pagato le conseguenze, rispetto al molto ciarpame che si trova in una libreria bisogna sempre partire dalla cultura territoriale per comprendere appieno ciò che siamo e il posto in cui viviamo ogni giorno. Di ciarpame, naturalmente, se ne trova anche tra i titoli sulla cultura locale. Ma con Franco Arillotta non c’è nessun rischio: ogni suo libro vale sempre una lettura.