Nelle macerie e nella distruzione del Donetsk c’è una speranza. Askanews ne ha parlato con Alessandro Lamberti Castronuovo, medico di Reggio Calabria, e figlio Eduardo Lamberti Castronuovo, coordinatore del progetto di Emergency, in Ucraina. Da ottobre 2023 guida l’équipe che ha messo in piedi la rete di cliniche nel Donetsk. “Come è nata l’idea? L’intervento è nato da un’analisi dei bisogni nei territori rurali isolati dell’Oblast di Donetsk, dove la guerra ha aggravato criticità già presenti. Abbiamo riscontrato che nei villaggi più periferici le strutture sanitarie erano assenti o compromesse, il personale sanitario spesso irreperibile, e le comunità più vulnerabili – anziani, disabili, famiglie senza sostegno – non avevano accesso nemmeno alle cure più basilari. Lì, la nostra azione poteva essere immediata e strutturante. Così, da ottobre 2023, abbiamo scelto di intervenire”, rimarca Lamberti.
“Offriamo la nostra assistenza a tutti”
“La guerra ha conseguenze su tutta la comunità. E noi offriamo la nostra assistenza a tutti, soprattutto a persone anziane con malattie croniche, pazienti disabili, donne sole, famiglie a basso reddito. Alcune non hanno avuto le risorse per evacuare, altre hanno scelto di rimanere. Vivono in villaggi dove mancano i trasporti pubblici e l’assistenza sociale. Per loro, anche solo misurare la pressione o ricevere una semplice prescrizione può fare la differenza”, puntualizza Lamberti.
“La logistica è la sfida maggiore”
“La logistica è la sfida maggiore. Le strade sono spesso impraticabili, a volte neppure asfaltate. Il rifornimento di farmaci è instabile. Il personale sanitario qualificato è scarsissimo nelle zone rurali. Chi è solo, chi non può spostarsi, chi non ha evacuato: sono loro a pagare il prezzo più alto”, evidenzia Lamberti.
“Siamo presenti in 14 villaggi nel Donetsk”
“Siamo presenti in 14 villaggi nel Donetsk, nel distretto di Olexandrivka, con un bacino di circa 10.000 beneficiari. Offriamo servizi di medicina generale, monitoraggio delle patologie croniche, distribuzione gratuita di farmaci e di dispositivi sanitari per persone disabili. C’è anche un orientamento sociosanitario per facilitare l’accesso a vaccinazioni, screening, visite specialistiche”, spiega Lamberti.
“Collaboriamo con medici e infermieri di comunità già attivi”
“Il nostro intervento è integrato nel sistema locale. Non costruiamo un modello parallelo. Collaboriamo con autorità sanitarie, medici e infermieri di comunità già attivi. Promuoviamo un approccio integrato che valorizzi le risorse locali e ne rafforzi le competenze. Abbiamo firmato accordi clinici e amministrativi con le istituzioni locali. E puntiamo molto anche sulla formazione, dalle emergenze mediche alla salute mentale”, aggiunge Lamberti.
“La funzione degli operatori di comunità”
“Operatori di comunità? Sono donne laiche, reclutate nei villaggi stessi, e che quindi conoscono la comunità, formate da noi per riconoscere bisogni sanitari e sociali. Vanno casa per casa, monitorano l’aderenza alle terapie croniche, facilitano l’accesso alle cure. Funzionano da ponte tra la comunità e il sistema sanitario. Offrono anche educazione sanitaria e sostegno emotivo, spesso intercettano per prime i segnali di disagio mentale”, prosegue Lamberti.
“Il senso di questo lavoro? In generale è l’insieme dei piccoli gesti quotidiani: una signora che riceve l’insulina a casa, un paziente salvato da un coma diabetico grazie all’intervento tempestivo di un’operatrice di comunità, una donna sola che trova ascolto. Il senso del progetto è tutto lì: rendere visibili e curabili quelli che sarebbero invisibili”, sottolinea Lamberti.
“Espanderemo il progetto”
“Da ottobre espanderemo il progetto in due nuove province, passando da 10.000 a 30.000 beneficiari. Stiamo assumendo nuovo personale, nuove operatrici, e integrando servizi come lo screening per malattie infettive in collaborazione con ospedali e università locali. Rafforzeremo anche il supporto psicologico e la raccolta dati, per rendere il modello sostenibile e replicabile”, conclude Lamberti.


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