La SS106 Ionica, la strada della morte ed i ponti di Benito Mussolini

Realizzata durante il periodo fascista, la SS106 porta ancora oggi il peso delle sue origini: ponti in muratura progettati per il traffico degli anni ’30, corsie strette, curve pericolose e incroci improvvisi

di Francesco Marrapodi“Quel ramo della costa ionica che volge a settentrione, dove il mare sembra ricominciare a respirare dopo essersi disteso lungo le spiagge della Locride…”. Questo non è l’incipit di un romanzo, come ne I Promessi Sposi di Manzoni. È l’anfiteatro di un dramma che si consuma giorno dopo giorno, nell’indifferenza generale. E questo dramma ha un nome: la SS 106 Ionica. Si tratta, nello specifico, di quel tratto di strada che collega Reggio Calabria a Catanzaro, e viceversa. Un percorso che avrebbe dovuto rappresentare un asse vitale per lo sviluppo economico, sociale e turistico della Calabria jonica, e che invece si è trasformato nel simbolo più crudo del suo isolamento e delle sue vittime. Non a caso è conosciuta come la “strada della morte”.

SS106 realizzata durante il periodo fascista

Realizzata durante il periodo fascista, questa arteria porta ancora oggi il peso delle sue origini: ponti in muratura progettati per il traffico degli anni ’30, corsie strette, curve pericolose e incroci improvvisi. In alcuni punti, due auto non riescono nemmeno a incrociarsi senza rischiare una collisione. E non è raro vedere fiori e lapidi lungo i margini dell’asfalto, in memoria di chi non è più tornato a casa. Nonostante l’attenzione sporadica di politici e amministratori, i lavori di ammodernamento si fanno attendere da decenni. Progetti come il collegamento tra il lotto Locri-Caulonia fino a Catanzaro, e il tratto Caulonia-Locri fino a Palizzi e poi fino a Reggio, sono rimasti sulla carta, o rallentati da una serie di motivi mai chiariti definitivamente. Nel frattempo, ogni chilometro percorso su questa strada rappresenta un rischio concreto per migliaia di pendolari, studenti, lavoratori e turisti.

E’ possibile che la Locride sia, ancora una volta, dimenticata?

Ed è qui che sorge spontanea una domanda: è possibile che la Locride sia, ancora una volta, dimenticata? La Locride. Una terra culla della civiltà magnogreca, custode di tradizioni millenarie, ridotta a sopravvivere su un’infrastruttura che andava modernizzata già trent’anni fa. In un paradosso amaro, qualcuno cita una leggenda secondo cui gli antenati della Locride — reclutati nella X Legione Fretensis da Ponzio Pilato — sarebbero stati coinvolti nella crocifissione di Cristo. È dunque una condanna divina, la nostra? Una punizione biblica che incombe ancora oggi sul destino di questo lembo di terra? Eppure, i motivi dell’emarginazione della Locride sono ben altri. E ora non accetta più di essere trattata come una terra colpevole, o come il capro espiatorio di chi tira i fili del suo amaro destino. Non vuole più restare nell’ombra. È giunto il tempo di ribaltare la narrazione.

Locride da valorizzare

È giunto il tempo di guardare alla Locride non più come a un luogo da compatire, ma come a un territorio da valorizzare: con investimenti reali, con infrastrutture moderne, con un’attenzione istituzionale che non si limiti alle passerelle elettorali. Ma la SS 106 non è solo uno dei tanti problemi che affliggono questo angolo di Sud: è il termometro di quanto il nostro Paese tenga davvero al Mezzogiorno. E ogni ritardo, ogni omissione, ogni incidente evitabile è una ferita alla dignità di un popolo che chiede, con fermezza di spirito e diritto sancito, rispetto e riscatto. Non chiediamo miracoli — anche se questo avrebbe tutta l’aria di esserlo —, chiediamo una strada sicura, degna di un Paese civile, che non continui a condannare a morte chi ogni giorno la percorre per vivere e lavorare. E questa, sia chiaro, non è solo una questione di viabilità o di asfalto: è anche — e soprattutto — una questione di giustizia sociale.

SS106 Ionica