C’è qualcosa di sacrale nel sedersi tra le gradinate millenarie di un teatro antico e assistere a uno spettacolo che pare sorgere, più che dal palcoscenico, dalla pietra stessa. È quanto è accaduto giovedì 24 luglio al Teatro Greco di Siracusa, nella prima delle tre attesissime date della nuova, imponente produzione di “Aida” firmata dal Festival Lirico dei Teatri di Pietra, che vanta la direzione artistica di Francesco Costa.
Una serata magica, sold out da settimane, con oltre seimila spettatori incantati dall’epopea verdiana, e suggellata da una lunga standing ovation che ha consacrato l’evento come uno degli appuntamenti più memorabili dell’estate siciliana. Non una semplice rappresentazione, ma un vero e proprio rituale collettivo, capace di trascendere i confini della musica e del teatro per abbracciare archeologia, memoria e innovazione sociale. Dopo Siracusa, la tragedia verdiana proseguirà il suo cammino tra le pietre sacre della Sicilia: sabato 26 luglio al Teatro Greco di Tindari, e martedì 29 luglio al Teatro Antico di Taormina, per completare un viaggio lirico e spirituale nel cuore della classicità mediterranea.
Questa produzione sancisce altresì un ritorno alle origini, con lo sguardo rivolto al futuro. Non capita tutti i giorni di poter assistere a “Aida” nella sua edizione critica originale, curata dal celebre musicologo tedesco Anselm Gerhard, che restituisce al pubblico l’opera così come Verdi l’aveva concepita, spogliata delle stratificazioni del tempo e arricchita da una rarità assoluta: il corale “palestriniano” dell’Atto III, fino ad oggi rimasto ai margini delle scene. È questo il cuore pulsante di un progetto che si muove nel solco della filologia musicale più rigorosa, ma con uno slancio visionario che punta a rendere l’opera accessibile, viva, necessaria.
Nel ruolo del titolo Pumeza Matshikiza: una voce che incanta le pietre. Ad incarnare la protagonista etiope è il soprano sudafricano di rara intensità, che debutta in Italia proprio con questo personaggio iconico. La sua Aida è un personaggio carico di umanità, fragile ma mai sottomessa, sospesa tra la nostalgia di una patria perduta e la passione che la consuma. Il timbro rotondo, venato di struggimento, si sposa perfettamente con l’acustica naturale dei teatri di pietra, in un dialogo ininterrotto tra sapienza vocale e paesaggio.
Al suo fianco, un cast di livello internazionale: il mezzosoprano Veronica Simeoni, nel ruolo di Amneris, incanta per bellezza di timbro, espressività e forza scenica, restituendo tutta la complessità psicologica del personaggio. Walter Fraccaro è un Radamès potente e tormentato, che sa sfumare l’eroismo in intimità. Il baritono Badral Chuluunbaatar come Amonasro dispiega la vocalità brunita per dare vita ad un sovrano determinato a risollevare le sorti del proprio popolo. Completano il quadro i solidissimi Sultonbek Abdurakhimov (Ramfis), Deyan Vatchkov (il Re), Federico Parisi (il messaggero) e Leonora Ilieva (la sacerdotessa), in un equilibrio che sa farsi coralità, tragedia e rituale.
La firma registica è di Salvo Dolce, che sceglie la simbiosi con il sito come cifra poetica: la scenografia non invade, ma si fonde con gli spazi archeologici, li amplifica e li rispetta. Una regia, la sua, che respira con la pietra Gli antichi teatri non fanno solo da sfondo, ma diventano parte integrante della narrazione, come se la vicenda di Aida appartenesse da sempre a quei luoghi, scritta nella pietra accanto alle storie di eroi e dei. Le scene e i costumi — questi ultimi firmati da Domenico Franchi per Opera Krakowska — evocano un Oriente arcaico, ieratico e misterioso, che dialoga con la classicità senza scadere nell’esotismo di maniera.
A tenere insieme le fila dell’impresa è la bacchetta sicura e ispirata di Filippo Arlia, alla guida della salda Orchestra Filarmonica della Calabria e del superbo Coro Lirico Siciliano, promotore del festival. Arlia opta per una lettura chiara e tesa, capace di sottolineare tanto la sontuosità dei grandi quadri d’insieme quanto la dolente intimità dei momenti più lirici. Restituendo il battito orchestrale di una tragedia eterna. Il suono respira con il vento, con le luci naturali del cielo stellato, con i silenzi. La Marcia trionfale non è solo spettacolo, ma epopea condivisa, un affresco mobile in cui si fondono danza (coreografie di Sarah Lanza), luce (Gabriele Circo), elementi digitali (Michele Falasconi) e presenza scenica. Un ensemble di quasi 300 persone, tra artisti, tecnici, figuranti, artigiani della scena, si muove con rigore e armonia.
Ma se c’è un elemento che rende questa produzione non solo riuscita, ma necessaria, è l’attenzione all’accessibilità: la tappa conclusiva di Taormina — il 29 luglio — sarà infatti tradotta in Lingua dei Segni Italiana (LIS), grazie alla collaborazione con l’associazione “Sicilia, Turismo per Tutti”, presieduta da Bernadette Lo Bianco. L’opera per tutti, la sfida dell’inclusione: un gesto tutt’altro che secondario, che conferma la volontà del Coro Lirico Siciliano, promotore del Festival, di fare dell’opera un’esperienza collettiva e – appunto – inclusiva, abbattendo barriere sensoriali e culturali. L’opera, qui, non è privilegio, ma diritto condiviso.
“Aida”, tra colonne antiche, cieli che si tingono di porpora, echi di un passato che non passa, torna a essere ciò che Verdi aveva voluto: un dramma dell’anima, dell’identità, della scelta. Il Festival Lirico dei Teatri di Pietra ne restituisce tutto lo splendore, incastonandolo in una cornice che moltiplica senso e bellezza. È uno spettacolo che non si guarda e si ascolta soltanto: si vive, si attraversa, si custodisce dentro.
Chi ha avuto il privilegio di esserci a Siracusa, sa già che non si è trattato di un semplice allestimento, ma di un appuntamento con l’eternità dell’arte musicale, di un incontro tra civiltà, di un canto che sfida il tempo. E chi non c’era, ha ancora due occasioni altrettanto suggrstive per immergersi in questa epica: Tindari il 26 luglio e Taormina il 29 luglio, per vivere la lirica nel suo elemento naturale: il mito.


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