Reggio Calabria, sfratto Comparto 6 di Arghillà: quando abitare diventa un reato di povertà

Occupare abusivamente un’abitazione non sempre è una scelta. A volte è una questione di sopravvivenza.

Occupare abusivamente un’abitazione non sempre è una scelta. A volte è una questione di sopravvivenza. Escono finalmente allo scoperto le voci delle famiglie sgomberate dal Comparto 6 di Arghillà, a seguito dell’ordinanza firmata dal sindaco Giuseppe Falcomatà il 26 marzo 2025. Centodieci nuclei familiari, accomunati da un’unica accusa: occupazione abusiva. Un provvedimento che, pur inserendosi nel quadro della lotta all’illegalità, ha accomunato indistintamente tutti gli occupanti abusivi, senza operare distinzioni tra chi ha occupato per scelta e chi, invece, è stato spinto dalla disperazione causata da gravi emergenze sociali, economiche e abitative.

Tra quelle mura mai completate né collaudate – costruite nel 2007 e da allora lasciate in abbandono – sono cresciute storie di malattia, povertà, disabilità, fragilità estreme. Lettere mai risposte, richieste ignorate, disperazione silenziata. Perché un immobile pubblico lasciato al degrado diventa rifugio di chi non ha alternativa. Alcuni, certo, ci hanno vissuto per scelta. Ma tanti altri per necessità. E sono proprio questi ultimi a pagare oggi il prezzo più alto.

Nel video-inchiesta documentiamo la protesta di chi ha deciso di uscire dall’ombra e denunciare, grazie anche all’impegno delle associazioni “Noi Siamo Arghillà – La Rinascita” e “Un Mondo di Mondi”. A fronte della retorica di una Reggio “bella e gentile”, emerge una realtà ben diversa: una città che lascia i suoi ultimi senza una casa, né ascolto.

Perché fra tutte le incompiute di Reggio Calabria, la peggiore è quella di aver lasciato “i propri figli più deboli” senza una casa. E questo è un reato che viola il più profondo e viscerale diritto essenziale: la dignità.

Reggio Calabria, il grido d'allarme dal Comparto 6 di Arghillà: le testimonianze