La guerra scatenata da Netanyahu a Gaza sembra non solo non finire più, ma assume ormai aspetti primordiali come è sempre apparso, lungo l’arco dei secoli, l’atto disumano di infliggere la morte per fame. Dall’assedio di Gerusalemme del 70 dopo Cristo all’episodio più efferato del comunismo sovietico: la morte di 4-5 milioni di contadini ucraini che rifiutavano la collettivizzazione forzata imposta agli inizi degli anni ’30 da Stalin. In questi ultimi giorni arrivano infatti da Gaza fotografie di bimbi scheletrici che suscitano orrore.
Sono state probabilmente queste il motivo scatenante che ha spinto emotivamente Macron a preannunciare per settembre il riconoscimento dello Stato di Palestina. D’altra parte, queste drammatiche foto fanno seguito ad altre, altrettanto drammatiche, di qualche mese fa. Una in particolare di un bimbo, Mahmoud Ajjour, con entrambe le braccia amputate in seguito allo scoppio di una bomba. Si era girato per incitare la propria famiglia a correre di più per sfuggire alle bombe. Quell’istante era risultato fatale. La frase che un giornale attribuiva al bimbo nella didascalia era sconvolgente: “Come farò adesso ad abbracciare la mia mamma?” Cosa dire infine di Alaa, la pediatra di Gaza, la quale nel corso di un bombardamento israeliano ha perso nove dei suoi dieci figli ed è stata condannata a scoprire i loro corpi senza vita nell’ospedale in cui lavorava. Il più grande aveva appena 12 anni, il più piccolo meno di uno.
Sgomento
Mi chiedo con un certo sgomento come si possa accettare tutto questo dolore inflitto da un popolo che, come ho confessato in un articolo di molti mesi fa, ha subìto l’Olocausto. La mia generazione è vissuta con le immagini, conficcate nella memoria, di quei pigiami a strisce indossati da ragazzi esangui, oltre il reticolato di Auschwitz. Di qui la condivisione appassionata per la scoperta di un luogo, dove gli israeliani si accingevano a vivere in pace in un territorio rivelatosi subito ostile.
7 Ottobre
Veniamo ad oggi. A coloro che criticano il premier israeliano per i suoi raid martellanti contro un popolo inerme, solitamente si risponde da parte del premier israeliano: “Ma c’è stato il 7 ottobre”. Una data spartiacque nella storia del mondo civile. Tutto vero. Ma di fronte agli oltre 58 mila morti di Gaza, per mano dell’Idf, di cui 17 mila bambini, David Grossman, uno dei maggiori scrittori israeliani, che ha perso un figlio di venti anni in uno dei tanti conflitti che hanno nel tempo interessato Israele, ha affermato: ”davanti alla sofferenza di Gaza, il fatto che questa crisi sia stata iniziata da Hamas il 7 ottobre è irrilevante.” Ma c’è di più.
Ecatombe
Personalmente non riesco ad accettare il sospetto che dietro a questa ecatombe senza fine si è costretti scorgere scampoli di una politica indecente. Nei fatti un accordo tra Netanyahu, il quale con la fine della guerra rischierebbe il carcere, e i ministri ultraortodossi ai quali il conflitto in corso permette di impossessarsi impunemente di nuovi territori. Di contro l’Occidente europeo, per quanto possa essere definito colpevole di alcuni misfatti, di avere nel secolo scorso allevato nazismo e fascismo, resta la culla dell’umanesimo. Il cui primo atto, avvenuto a Troia, è in genere rappresentato dalla restituzione, da parte di Achille, del corpo di Ettore al padre Priamo. Un altro luogo per ricordare un gesto fortemente simbolico dell’Occidente europeo è sicuramente Varsavia. Qui, moltissimi secoli dopo la restituzione di quel corpo senza vita, il 7 dicembre del 1970, il cancelliere tedesco occidentale, Willy Brandt, si inginocchia di fronte al monumento dedicato ai resistenti del ghetto. Non aveva colpe per quell’eccidio. Con la presa del potere di Hitler era scappato a Oslo per tentare di costruire un nucleo di resistenza al nazismo. Un uomo che aborriva la violenza, dunque molto diverso da Merz, l’attuale cancelliere tedesco il quale, sognando un massiccio riarmo del proprio paese, non si accorge di dispensare brividi al mondo. “Willy Brandt”, come all’epoca notò Herman Schreiber sullo Spiegel, “pur non essendo religioso, scelse davanti a quel monumento, la simbologia cristiana per parlare, con tutta la forza di quei secondi trascorsi in silenzio, al mondo”. Domandò, come tedesco, il perdono. E qui irrompe di prepotenza sulla scena un pensiero cardine dell’Europa: il cristianesimo.
Occidente
Concludendo, l’intero Occidente dei nostri giorni, soggiogato ormai dalla tecnica, dai consumi e da sconfinate ricchezze individuali non appare più l’Occidente aperto, democratico, inclusivo, denso di cultura simbolica che abbiamo conosciuto nelle scuole e nei dibattiti politici del lungo dopoguerra. E’ diventato un luogo dove, nel fondo di una memoria silenziosa, si avverte ormai un’umanità spaventata dalla brutta piega che ha preso il mondo


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