Calabria, l’appello dei cacciatori: “aree protette troppo estese, così ci privano di un diritto e penalizzano i borghi”

Roberto Zerotti denuncia restrizioni “sproporzionate” che limitano la caccia e chiede un dialogo con le istituzioni per conciliare tutela ambientale e tradizione venatoria

“La Calabria è una terra straordinaria, ricca di paesaggi mozzafiato, biodiversità e una forte tradizione rurale e venatoria. Eppure, proprio in questa Regione, sempre più cacciatori si trovano privati del diritto di esercitare un’attività antica, legata alla cultura e alla gestione del territorio.  Il motivo? Un’estensione eccessiva e, per molti versi, sproporzionata di aree protette che inibiscono l’attività venatoria su vaste porzioni di territorio”. E’ quanto inviato alla Redazione di StrettoWeb da un cacciatore calabrese Roberto Zerotti.

“Secondo i dati attuali, la nostra Regione conta circa 240.000 ettari di territorio inclusi nei Parchi Nazionali, con il solo Parco Nazionale d’Aspromonte che ne occupa quasi 70.000, a ciò si aggiungono le ZPS (Zone di Protezione Speciale), che in Calabria coprono circa 248.000 ettari. Un esempio emblematico è rappresentato dalla Costa Viola, nel circondario dell’ ATC RC1, dove la caccia è completamente vietata in preapertura e fortemente limitata in determinati periodi dell’anno, su un’area che si aggira sui 30.000 ettari”.

“Questo scenario sta creando un malcontento crescente tra i cacciatori calabresi, che da anni si vedono sempre più relegati in porzioni ridotte di territorio, nonostante il rispetto delle normative, dei calendari venatori (sempre più restrittivi) e l’impegno nella tutela dell’ambiente.  Le restrizioni colpiscono duramente tutti i cacciatori ma soprattutto gli anziani, che vivono nei paesi all’interno del parco o della ZPS, spesso impossibilitati a spostarsi e che tradizionalmente praticavano la caccia nei dintorni del proprio borgo come forma di svago, attività fisica e legame con la natura”.

“Il paradosso è evidente: in molte di queste aree protette è possibile svolgere numerose attività – escursioni, motocross, raccolta di funghi, turismo organizzato – ma la caccia, e solo la caccia, viene sistematicamente vietata.  Si tratta di un approccio non solo discriminatorio, ma anche dannoso per l’equilibrio socio-economico di tante zone interne, già colpite da spopolamento e marginalizzazione”.

“Ridurre e razionalizzare la perimetrazione delle aree protette non significa danneggiare l’ambiente, ma semmai permettere una convivenza equilibrata tra conservazione e fruizione attiva del territorio. Consentire l’attività venatoria in alcune zone oggi inutilizzabili, soprattutto nei periodi consentiti dalla legge, rappresenterebbe un’opportunità concreta di rilancio economico per i piccoli borghi, grazie all’afflusso di cacciatori, all’indotto generato (ospitalità, ristorazione, artigianato) e al presidio attivo del territorio”.

“È ora che le istituzioni ascoltino le richieste di chi vive davvero questi territori. La caccia non è il nemico della natura, ma può e deve essere uno strumento di gestione faunistica e di valorizzazione del patrimonio ambientale calabrese, se esercitata responsabilmente. I cacciatori non chiedono privilegi, ma diritti, il diritto a vivere la natura, a tramandare una cultura antica e a contribuire allo sviluppo sostenibile della Calabria”.

“Prima di concludere vorrei lanciare un appello ai sindaci dei comuni ricadenti all’interno dei Parchi e delle ZPS: ascoltate la voce dei vostri concittadini, dei cacciatori, delle famiglie e degli anziani che da sempre vivono e custodiscono questi territori. Serve il vostro supporto istituzionale per avviare un dialogo concreto con la Regione e gli Enti competenti, affinché le perimetrazioni vengano riviste in modo più equilibrato e rispettoso delle esigenze delle comunità locali. Solo così sarà possibile restituire dignità e libertà a chi ama la natura non solo con le parole, ma con una presenza quotidiana sul territorio”.