Il volto del Bronzo di Riace e la matematica della bellezza: la scoperta che svela il segreto delle proporzioni auree

Un team di ricerca guidato dalla dottoressa Alessandra Putrino dimostra che il volto del Bronzo A è stato progettato secondo i principi della sezione aurea, rivelando un connubio straordinario tra arte antica, scienza moderna e identità calabrese

C’è un volto che da secoli affascina, ipnotizza e interroga l’umanità: quello del Bronzo di Riace A, il cosiddetto “giovane guerriero”. Oggi, grazie a uno studio pionieristico pubblicato su Humanities and Social Sciences Communications del portfolio Nature, possiamo affermare che non si tratta solo di arte, ma di un capolavoro matematico. Alla guida di questo lavoro straordinario c’è la dottoressa Alessandra Putrino, Medico Odontoiatra, Specialista in Ortognatodonzia e Dottore di Ricerca in Tecnologie Innovative applicate alle scienze medico-legali, formatasi e cresciuta scientificamente all’Università Sapienza di Roma.

Insieme a un team multidisciplinare — la professoressa Simona Zaami e il professor Enrico Marinelli (Medicina Legale), la dottoressa Martina Caputo (chirurgia orale), e l’ingegner Mario Raso (matematica e informatica) — ha rivelato che il volto del Bronzo A segue con precisione le regole della sezione aurea. Occhi, naso, bocca, mento e persino i denti riproducono proporzioni oggi considerate perfette anche in ortodonzia e odontoiatria estetica. Un risultato che non solo getta nuova luce sull’abilità degli antichi scultori greci, ma racconta anche una storia di legame profondo tra scienza, arte e territorio: quello calabrese, che per la dottoressa Putrino rappresenta radici, ispirazione e identità.

Dottoressa Putrino, il vostro studio sui Bronzi di Riace ha conquistato l’attenzione internazionale. Può raccontarci com’è nata l’idea di questo approfondimento scientifico?

La mia attività di ricerca ha sempre cercato di unire due ambiti che amo profondamente: l’Odontoiatria Clinica e le Scienze Forensi. L’Antropometria, cioè la scienza delle misure del corpo umano, come specialista in Ortognatodonzia è stata per me il ponte naturale che mi ha permesso di integrare queste due dimensioni, usando le tecnologie digitali per finalità medico-legali, con l’obiettivo di fornire strumenti moderni, rapidi e precisi ai processi identificativi. In questo lavoro sul Bronzo di Riace sono stata affiancata da un gruppo di ricerca eccezionale, che ha creduto sin da subito nell’idea e l’ha sostenuta con grande competenza e passione:

la Professoressa Simona Zaami e il Professor Enrico Marinelli, due riferimenti straordinari della Medicina Legale in Italia,

la Dott.ssa Martina Caputo, specialista in chirurgia orale e dirigente medico al Bambino Gesù,

l’Ing. Mario Raso, matematico e informatico con esperienza da ricercatore, che ha dato struttura quantitativa e rigore formale al nostro impianto“.

Può raccontarci qual è il risultato principale emerso e perché è così rivoluzionario per l’arte e la scienza?

Il nostro studio, pubblicato sul portfolio di Nature in Humanities and Social Sciences Communications (nel 2024), ha dimostrato che il volto del Bronzo di Riace A, il cosiddetto “giovane guerriero”, è stato progettato secondo i principi della sezione Aurea, includendo anche le proporzioni dentali. Le proporzioni tra occhi, naso, bocca, mento e denti seguono con impressionante precisione il rapporto aureo (1:1,618), dimostrando una conoscenza tecnica delle armonie matematiche pari a quella ancora oggi usata in odontoiatria riabilitativa moderna.

In ortodonzia estetica e in protesi dentaria, la sezione Aurea è infatti un riferimento importante per la progettazione del sorriso armonico: si considera ideale, ad esempio, un rapporto larghezza/altezza degli incisivi centrali pari a 1:0,8, e si progettano restauri basandosi sulla simmetria tra occhi, naso e bocca.

Nel nostro studio abbiamo osservato che queste proporzioni facciali e dentali, oggi applicabili tramite software digitali per la riabilitazione estetica, sono presenti nel volto del Bronzo A. Con l’uso di fotogrammetria digitale e griglie auree, abbiamo misurato ad esempio la distanza interpupillare, la distanza intercantale, la larghezza nasale, le dimensioni visibili degli incisivi centrali superiori, rilevando una ricorrenza sistematica del rapporto aureo tra questi e altri elementi. Abbiamo anche potuto identificare, con riferimento ai tracciati cefalometrici moderni, la tipologia facciale dell’individuo rappresentato, risultata coerente con i modelli estetici e funzionali considerati tutt’ora ideali anche in ambito clinico.

Un aspetto che ci ha profondamente colpiti è il modo in cui, nel Bronzo di Riace A, convivano due registri apparentemente opposti: da una parte, il volto è costruito con rigore matematico assoluto, secondo i rapporti della sezione Aurea; dall’altra, le proporzioni corporee complessive sono sovrumane, volutamente enfatizzate.

Il volto segue una geometria armonica e naturale: occhi, naso, bocca, denti e mento sono distribuiti secondo relazioni numeriche perfette, ripetibili, simmetriche, auree appunto. Non è un’armonia casuale, ma un progetto deliberato, che oggi possiamo misurare, dimostrare e confrontare.

Il corpo, invece, trascende il reale: supera i due metri di altezza, ha una massa muscolare scolpita in modo esasperato, alcune proporzioni sono funzionalmente adattate per accogliere accessori come l’elmo o per accentuare il dinamismo della posa. Non è un corpo umano: è un corpo ideale, narrativo, eroico.

Questa dicotomia può essere interpretata come un codice simbolico antico. Il volto — costruito sull’equilibrio — rappresenta la misura dell’uomo, ciò che è armonico, riconoscibile, umano. Il corpo — che va oltre — rappresenta il mito, il divino, l’aspirazione. È come se l’artista ci dicesse: “Guarda questo essere perfetto, in cui la razionalità del volto si coniuga con la potenza del mito”.

In questo senso, il volto diventa l’interfaccia tra il reale e l’ideale. È l’unico punto in cui possiamo identificarci. Ci parla con le proporzioni che conosciamo, ci convince con la matematica della bellezza. Il resto è ciò a cui tendiamo: forza, immortalità, leggenda, secondo i canoni della kalokagathìa greca — bellezza fisica come espressione di virtù morale“.

Com’è nata l’idea di realizzare un approfondimento scientifico di questo tipo sui Bronzi di Riace e qual è stato il momento in cui ha capito che la sua intuizione poteva portare a un risultato così importante?

L’idea nacque mentre lavoravo in Medicina Legale in Sapienza. Ero immersa in approfondimenti antropometrici per delle ricostruzioni facciali e mi trovai tra le mani un testo sull’evoluzione della rappresentazione dei denti nell’arte. Con stupore, notai che non veniva citato il Bronzo di Riace A, nonostante la sua dentatura, nel ghigno di sfida che lo caratterizza, fosse visibile e ben conservata. Non ci sono altri esempi originali di statue di quell’epoca in cui i denti in lamia argentea si siano conservati. Incuriosita, iniziai a documentarmi, con l’idea di colmare un mio vuoto di conoscenza e una svista clamorosa nel testo consultato. Ma quando iniziai ad analizzare le tavole ministeriali e la letteratura scientifica ufficiale, scoprii che i denti del Bronzo A erano stati quasi ignorati, talvolta descritti semplicemente come “dettaglio di bottega” da autorevoli studiosi delle due statue.
Mi parve una rimozione ingiustificata. Così ho coinvolto il mio gruppo e, passo dopo passo, abbiamo costruito un metodo di analisi rigoroso. Le misurazioni ripetute confermavano un disegno matematico nella composizione del volto e, in particolare, dei denti. Man mano che le proporzioni auree cominciavano a rivelarsi, misurazione dopo misurazione, abbiamo intuito che il risultato aveva in sé qualcosa di più grande. Quando abbiamo riscontrato la piena corrispondenza con la sezione Aurea, è stata una scoperta emozionante.

Poi ho contattato l’ufficio editoriale di Nature chiedendo con una pre-submission se il nostro studio potesse rientrare nel loro portfolio, mi hanno risposto subito positivamente e ci hanno chiesto l’invio diretto nella loro sezione di Humanities and Social Sciences Communications. Il processo di peer review è stato molto fluido perchè i nostri dati sono molto solidi. Oggi il nostro lavoro ha migliaia di accessi e download, è un contributo open access quindi di facile fruizione per chiunque. Molti ricercatori e accademici da ogni parte del mondo ci contattano per avere maggiori dettagli, collaborare, contribuire a fare disseminazione nei loro centri. Questo, per una ragazza calabrese, cresciuta guardando quei Bronzi con occhi di bambina, è un traguardo immenso“.

Lei è originaria di Palmi e ha trascorso parte della sua infanzia a Reggio Calabria. Che significato ha per lei, personalmente, essere riuscita a restituire ai Bronzi una nuova voce attraverso la scienza?

Io sono di Palmi, ma ho vissuto gran parte della mia infanzia anche a Reggio Calabria, con i miei nonni materni, l’identità reggina è forte. I Bronzi di Riace non sono mai stati per me solo statue: sono presenza viva, identitaria, culturale. Ricordo perfettamente la mia prima visita al Museo, da bambina, con la scuola. I Bronzi erano ancora adagiati, non eretti. Ma il loro impatto visivo ed emotivo era già fortissimo.

Tornare a loro con gli occhi da ricercatrice, dopo anni di studi e formazione, e riuscire a dare loro voce da un altro punto di vista — quello scientifico — è stato per me un grande onore. È un tributo alle mie origini, alla mia terra, alla mia famiglia. Ma anche un messaggio per mio figlio, e per tutti i bambini, i ragazzi: che la curiosità e il rigore possono portarci lontano. Bisogna imparare a guardare oltre il visibile, oltre ciò che ci viene raccontato. Non dovremmo mai stancarci di farci domande e cercare risposte“.

Durante il percorso di ricerca avete incontrato ostacoli o, al contrario, scoperte inattese che vi hanno emozionati?

Abbiamo incontrato difficoltà tecniche all’inizio, come è naturale, ma sono state superate dalla forza del metodo. La più grande sorpresa è stata scoprire che nessuno aveva mai analizzato i denti con rigore scientifico. Erano stati esclusi dalle analisi ufficiali, come se non avessero rilevanza. E invece, attraverso la stratificazione del volto — denti d’argento sotto labbra in rame, sormontate dalla barba in bronzo — abbiamo scoperto un sistema coerente, non ornamentale ma progettuale. Non c’è stato niente di lasciato al caso. Tutto è stato costruito con rigore, come se si trattasse non di una statua, ma di un essere vivo. Che si tratti di Fidia, Mirone, o di un maestro ignoto, non possiamo saperlo con certezza. Ma chi ha concepito il volto del Bronzo A conosceva perfettamente la matematica della bellezza“.

C’è già in programma un ulteriore approfondimento sui Bronzi o altri progetti di ricerca che la vedranno protagonista nel prossimo futuro?

Sì, abbiamo già in cantiere nuovi sviluppi dello studio, e dei risultati anche sul Bronzo B, ma non posso anticipare nulla: uscirà nei tempi e nei modi che merita, comunque a breve, come pubblicazione scientifica sempre su una rivista internazionale di rilievo dopo più di un anno di studi. Parallelamente, continuo il mio lavoro in ricerca forense e nell’odontoiatria clinica. Da qualche tempo sono referente per la Ricerca in Odontostomatologia presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, nell’Unità Operativa Complessa diretta dalla Dott.ssa Angela Galeotti. In questo contesto mi occupo di implementare i percorsi clinici, diagnostici e tecnologici. La ricerca traslazionale è animata dalla stessa passione, dare risposte concrete a esigenze reali, per un altro patrimonio: i bambini“.

La sua esperienza unisce odontoiatria clinica e scienze forensi, ma anche un impegno attuale presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Come convivono queste dimensioni e cosa rappresenta per lei il fare ricerca in contesti così diversi?

Può sembrare un mondo lontano da quello dei Bronzi, in realtà esiste una continuità profonda: in entrambi i casi, al centro c’è l’essere umano. Il rigore applicato nello studio di un volto scultoreo millenario o nelle indagini forensi è lo stesso che oggi metto anche al servizio dei bambini: per aiutarli a crescere, sorridere, esprimere la propria voce, nel senso più autentico. Dietro ogni bambino, ogni famiglia, c’è una storia da ascoltare, proprio come dietro ogni statua antica ci può essere un messaggio da decifrare che ci viene dal passato. L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù è il primo in Europa e il quinto nel mondo per eccellenza nelle cure. E non c’è cura senza ricerca. Per questo è un punto di riferimento internazionale. È sempre ricerca, solo con un obiettivo diverso: da una parte preservare e comprendere il passato, dall’altra proteggere e curare il futuro. Per me, la ricerca non è un’attività, è una visione del mondo. E ogni contesto in cui la si può esercitare con onestà, rispetto e profondità è un’occasione da custodire“.