“La legge nazionale sulla caccia (L. 157/1992) stabilisce espressamente che tutti i valichi montani attraversati da rotte migratorie devono essere zone di caccia vietata entro 1 km. In Lombardia però la Regione ha a lungo disatteso l’obbligo: mancava un elenco ufficiale dei valichi da proteggere, nonostante le norme statali. Nel corso degli anni il TAR lombardo è intervenuto ripetutamente per far rispettare la legge. Anzi, nella sentenza di legittimità costituzionale n. 254/2022 la Corte Costituzionale ha ribadito che l’art. 21 c.3 della L.157/92 impone un divieto assoluto “su tutti i valichi montani interessati dalle rotte di migrazione dell’avifauna, per una distanza di mille metri”, annullando ogni deroga prevista da normative regionali”. Così in una nota il movimento “Amici per la Caccia” in Calabria.
“Poco dopo, con ordinanze del 2023, il TAR di Milano aveva nuovamente ordinato alla Regione di individuare tutti i valichi da chiudere alla caccia (nominandone un commissario ad acta). Il 2 maggio 2025 è infine arrivata la sentenza della IV sezione del TAR di Milano (n. 1516/2025): essa ha stabilito senza appello che la Regione non ha alcun margine discrezionale nella materia e deve garantire il divieto di caccia “su tutti i valichi montani presenti nel territorio regionale e interessati dalle rotte di migrazione dell’avifauna”. In pratica il TAR ha ritenuto che la legge 157/92 sia chiara ed inderogabile, e ha imposto alla Giunta regionale di chiudere – con decorrenza immediata – la caccia in 475 punti di montagna individuati dagli studiosi”.
L’appello al Consiglio di Stato e la conferma del divieto
“La Regione Lombardia (Giunta Fontana) e le associazioni venatorie avevano fatto appello contro quella decisione del TAR, chiedendo al Consiglio di Stato la sospensione del provvedimento cautelare. Il 13 giugno 2025 il Consiglio di Stato (Presidente Simonetti) ha respinto l’istanza cautelare. In pratica l’ordinanza del TAR è rimasta in vigore fino al merito, fissato per il 9 ottobre 2025. I giudici amministrativi hanno motivato il diniego osservando che le ragioni addotte dalla Regione (in particolare il pericolo di diffusione della peste suina) sono state presentate in modo generico e non sono supportate da prove scientifiche. Nel provvedimento si legge che non sussiste prova alcuna che i cinghiali presenti nei valichi siano veicolo di peste suina africana. Di fatto, rimane dunque in vigore il divieto di caccia in tutti i 475 valichi alpini indicati dal TAR. Il Consiglio di Stato ha semplicemente rinviato ogni approfondimento al giudizio di merito di ottobre, mantenendo lo status quo finché non arriverà la sentenza definitiva”.
La mobilitazione del fronte venatorio
“All’origine dei contenziosi vi sono alcune associazioni animaliste/ambientaliste che da anni battono sulla questione. In particolare il ricorso deciso dal TAR nel maggio 2025 era stato promosso dalla L.A.C. – Lega per l’Abolizione della Caccia. A essa si sono unite altre onlus ambientaliste e protezioniste che chiedono di fatto il rispetto pieno delle norme di protezione delle rotte migratorie. Di fronte a questa iniziativa, la Regione Lombardia – con il supporto anche di enti tecnici (ISPRA, uffici provinciali faunistico-venatori) – si è schierata sul fronte opposto insieme alle associazioni venatorie. Federcaccia, FIDC, l’ANUU Cacciatori Migratoristi, Arci Caccia e altri sodalizi hanno difeso il regime venatorio tradizionale e assistito la Regione nell’appello.
Il blocco della caccia in 475 valichi lombardi avrà un impatto immediato e di vasta portata. Da un punto di vista pratico, l’area interessata dal divieto si calcola in oltre 110.000 ettari complessivi. Solo la provincia di Brescia perderà circa 150.000 ettari di terreno dove tradizionalmente i cacciatori operavano, ovvero migliaia di appostamenti fissi in Alta Valle. In buona parte la zona interessata coincide con i comprensori alpini, che già scontano minore superficie cacciabile. I capocaccia sottolineano che un «colpo di spugna» del genere rischia di bloccare tutte le forme di prelievo: dall’attesa alle migratorie e persino la caccia agli ungulati. Federcaccia Brescia ha denunciato che si stanno «chiudendo per i cacciatori in Lombardia milioni di ettari di territorio venatorio», lasciando la montagna pressoché senza copertura venatoria.
I cacciatori lombardi denunciano che il divieto rende impossibile controllare capi di cinghiale in zone chiave, vanificando anni di azioni di contenimento. Gli effetti sanitari sono un capitolo rilevante: il Movimento Amici della Caccia condivide le preoccupazioni della Regione sul fatto che negare l’attività venatoria negli altopiani rende più difficile contrastare la peste suina africana, come ripetutamente evidenziato dall’Assessore all’Agricoltura, Sovranità Alimentare e Foreste della Regione Lombardia Alessandro Beduschi. Nonostante la contrarietà, i cacciatori mantengono la linea del rispetto della legalità: ‘rispettiamo le sentenze – commentano – ma vorremmo pari dignità nell’applicazione delle leggi”.
Proposte di modifica della legge e timori per l’effetto domino
“In questa fase il settore è mobilitato: si attende per ottobre l’udienza di merito al Consiglio di Stato. Nel frattempo il Movimento Amici della Caccia sollecita la politica regionale e nazionale a trovare soluzioni legislative condivise. I rappresentanti dei cacciatori ribadiscono che l’ordinamento italiano già contempla strumenti di tutela degli uccelli migratori (zone di protezione nelle Direttive Europee), ma sottolineano che occorre intervenire sugli aspetti pratici. A loro avviso la normativa vigente (art. 21 della 157/92) è generica e obsoleta e il blocco indiscriminato della caccia colpisce indiscriminatamente anche cacciatori in regola e interventi sanitari di interesse collettivo. In queste ore molti esponenti venatori chiedono un’inversione di rotta: come Federcaccia Brescia, anche il Movimento invita il Governo a varare ‘un’azione urgente, immediata’ per evitare una vera ’emergenza’ e riparare alla ‘grave ingiustizia’ verso i cacciatori lombardi.
Il caso dei valichi lombardi non è circoscritto: si teme un “effetto domino” in tutte le Regioni montane d’Italia. Il divieto generalizzato imposto in Lombardia potrebbe infatti innescare analoghe rivendicazioni altrove, con ricadute pesanti per la caccia nazionale. Il Movimento Amici della Caccia esprime preoccupazione: la tutela degli uccelli migratori è legittima, ma bisogna affiancarla a regole chiare e applicabili, altrimenti si rischia il paradosso di condannare l’attività venatoria legale senza benefici concreti per la fauna.
Per questo il Movimento sollecita un intervento politico a livello nazionale. Numerosi parlamentari e amministratori lombardi (di Lega e Fratelli d’Italia) hanno già chiesto di modificare la legge 157/92: in particolare si propone di riscrivere l’art. 21 c.3, eliminando il «valico montano» così come concepito finora, e di affidare alla scienza ambientale la definizione puntuale delle aree da proteggere. Tali proposte trovano eco nel settore venatorio, che auspica una «coerenza normativa» attraverso un decreto-legge che assicuri certezze ai cacciatori. Solo in questo modo – conclude il Movimento Amici della Caccia – sarà possibile garantire contemporaneamente la protezione della biodiversità migratoria e la libertà di un’attività regolamentata, evitando ulteriori contenziosi e derive ingiustificate a danno dei cacciatori di tutta Italia”.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?