Regginate – Il paesaggio eloquente

In Calabria ogni cosa dà l’impressione di una sfida arrogante tra l’uomo e la natura e tutto è fuori posto, abbandonato a sé stesso

Se si vuole conoscere l’Italia in tutta la sua varietà paesaggistica e culturale piuttosto che inseguire le decine di guide che sono sorte negli ultimi decenni basta fare un semplice e velocissimo viaggio. Deposte in un angolo le varie Baedeker o Michelin si prenda un pullman o un treno che parta dal Piemonte e si percorra lo stivale, avendo l’attenzione di affacciarsi di tanto in tanto al finestrino ad osservare l’Italia che vi scorre davanti, fino all’apparire della Sicilia. All’inizio si vedrà comparire attraverso il vetro il paesaggio rude del mondo piemontese, severo ma ordinato, come i contadini e la borghesia che ci sono stati partoriti e cresciuti dentro. E poi, dopo il veloce apparire della pianura della Bassa, ordinato e industrioso, ecco il paesaggio toscano, fresco, florido, floreale. E sai che da dietro ogni collina che ti si mostra è custodito al meglio il fiore di qualche espressione artistica. Il paesaggio tende a diventare sempre più opaco man mano che si scende: nel Lazio già è abulico e ozioso. Se poi vi compare gente dentro lo scompartimento (o fuori dall’autogrill) che insiste per farvi acquistare fazzoletti di carta o calzini, allora siete entrati in Campania, e state attenti a come vi muovete. E infine ecco la Calabria. Qui ogni cosa dà l’impressione di una sfida arrogante tra l’uomo e la natura e tutto è fuori posto, abbandonato a sé stesso.

Disordine

La mano dell’uomo nel paesaggio dà il senso di un disordine nato dall’approssimazione. E quando tutt’intorno si infittiscono sempre di più relitti di palazzi incompiuti dove ovunque fuoriescono ferri ormai arrugginiti, mattoni a vista e travi ingrigite da decenni di abbandono, allora siamo infine giunti al termine del nostro viaggio. Se si è abbastanza scaltri si capirà che più che un viaggio nella geografia si è compiuto un viaggio nel tempo e, a mano a mano che si è proseguito, in certe forme di primitivismo sociale (con buona pace di Lévi-Strauss). Viaggi di questo genere ne ho compiuti, con vari mezzi, tante volte, e nel tempo non è mai cambiato nulla. Neanche la retorica di chi dice che la migliore Italia è proprio questa che si vede in Calabria, che qui c’è il meglio di tutto, dal mare alla cultura, che qui è antica di oltre duemila anni. Anche se poi da allora non si è prodotto più nulla.

Le città calabresi in fondo alle classifiche della qualità della vita

Se poi si scende da quel treno e si sceglie di andare oltre il paesaggio fin dentro il costume, si scoprirà anche perché le città del Sud, e quelle calabresi in particolare, sono anche costantemente in fondo alle classifiche della qualità della vita (anche se poi i governanti vanno ripetendo che si tratta di classifiche esagerate e che qui, dài, non si vive poi così male). Di solito io lasciavo la radiosa Toscana ai primi caldi dell’estate, in coincidenza con un rituale che qui si ripete di anno in anno più o meno con l’avvento del primo solstizio: la demolizione del manto stradale. Negli ultimi anni la via dove abito e quelle limitrofe, e siamo ancora al centro, sono state sventrate almeno una decina di volte (talvolta il rito si ripete in autunno).

Le ragioni, chiariamolo subito, sono assolutamente valide: una volta le fibre ottiche, un’altra l’Enel, un’altra la sistemazione delle tubature, un’altra di nuovo l’Enel che probabilmente aveva dimenticato qualcosa, e poi qualcosa dovevano essersela dimenticata quelli delle tubature e via dicendo … Fatto sta che ogni inizio estate ad aprire la porta di casa mi trovo davanti (ma non sono il solo in questa città) una visione in stile Medio Oriente, con una strada sventrata, cumuli di terra, buche abbandonate a sé stesse e chissà se e quando le ricopriranno. Perché, e questo è il Sud, non si è come una volta in una città toscana che una mattina vidi iniziare un lavoro in una strada e da homo meridionalis mi cominciarono a tremare la gambe. Ma dopo due giorni era tutto già finito, e con l’asfalto rimesso tutto a nuovo senza nemmeno una grinza e sopra ci avevano anche ridipinto le indicazioni stradali.

Qui una buca, che magari somiglia a una voragine, te la lasciano giorni e magari anche settimane

Qui una buca, che magari somiglia a una voragine, te la lasciano giorni e magari anche settimane, e poi quando ormai avevi dimenticato tutto si presenta un camion e ci butta dentro un po’ di bitume, lo asfalta alla meno peggio, appiana un poco il dislivello e per ora accontentatevi, tanto tra nove o dieci mesi ci vediamo di nuovo, qualche altro motivo per spaccar di nuovo tutto si trova sempre. E alle prime piogge quell’asfalto molliccio ridiventerà una buca. Ecco perché il manto delle strade di Reggio fa schifo. Il comune non se ne occupa? Ma che dite? La sua attenzione per le strade è quasi maniacale. Non ci sono strade che non siano più asfaltate e riasfaltate in Italia. Non come al Nord che le strade non le toccano mai, le asfaltano una sola volta e se le dimenticano per anni. Qui il sottosuolo è sottoposto a continui monitoraggi, e le buche le ricoprono decine di volte, ci sono operai che non fanno altro, sono le più rattoppate del territorio della repubblica: ma poi se piove e ricompaiono ogni volta non è mica colpa del comune che il suo impegno ce lo mette tutto. Ma combattere anche con il clima è davvero pretendere troppo. E poi dicono che ci lamentiamo. Siamo troppo esigenti, in realtà.