Mascherine non a norma durante la pandemia: nuove rivelazioni della Commissione d’inchiesta aggravano lo scandalo

La direttrice delle Dogane conferma in Commissione l’ingresso autorizzato di dispositivi con certificazioni false: danno erariale da 288 milioni e nessuna denuncia da parte degli enti pubblici coinvolti

Lo scandalo legato alle mascherine irregolari distribuite nella prima fase dell’emergenza Covid-19 si arricchisce di nuovi, inquietanti dettagli. Ieri, la Commissione parlamentare d’inchiesta ha ascoltato la dottoressa Maria Preiti, direttrice territoriale per la Lombardia dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, la quale, nel corso di una lunga audizione durata quattro ore, ha confermato quanto già trapelato nei mesi passati: le Dogane avrebbero consapevolmente autorizzato l’ingresso sul mercato italiano di dispositivi di protezione con certificazioni CE irregolari, basandosi unicamente sul parere favorevole del Comitato tecnico scientifico (Cts), nonostante l’assenza dei requisiti previsti dalla normativa vigente. A riportarlo è ‘Il Giornale’, che sottolinea come la dirigente abbia evidenziato un altro elemento critico: l’omesso recupero dell’IVA e dei dazi doganali su quelle forniture, con un danno erariale stimato in almeno 288 milioni di euro.

Già nei giorni precedenti, un ex membro del Cts aveva ammesso che alcune mascherine importate dalla Cina – poi risultate inadeguate – erano state acquistate con fondi pubblici e distribuite nel sistema sanitario nazionale dopo un semplice controllo da parte del Cts, datato 18 maggio 2020. Diverse di queste forniture erano però già state respinte per la presenza di certificazioni false o rilasciate da enti non accreditati, come Ecm e Icr.

Il via libera allo sdoganamento sarebbe arrivato dalla struttura commissariale, che avrebbe ignorato gli avvertimenti di organismi tecnici indipendenti, sostenendo che fosse sufficiente una mera integrazione documentale. Una scelta che, secondo la parlamentare di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri, avrebbe invece dovuto tradursi in una segnalazione immediata alla magistratura.

Secondo quanto riferito da Il Giornale, nessuno degli enti coinvolti – Cts, Inail, Iss o la struttura commissariale – avrebbe proceduto con una denuncia formale contro i fornitori, nonostante l’obbligo previsto per i pubblici ufficiali a conoscenza di ipotesi di reato. Il quotidiano mostra anche prove fotografiche relative a sequestri avvenuti in varie zone d’Italia, come a Gorizia, dove dispositivi destinati alla struttura commissariale sono stati bloccati a causa dell’uso illecito dei marchi CE, FFP2 e FFP3, apposti su base di certificazioni rilasciate da enti non autorizzati.

Nonostante le Dogane avessero fornito all’allora Commissario Domenico Arcuri una lista di fornitori considerati affidabili, quest’ultimo avrebbe preferito affidarsi a canali alternativi. Il materiale acquistato e distribuito – spesso ritenuto non solo inefficace, ma in alcuni casi persino pericoloso – è stato consegnato a medici, infermieri e forze dell’ordine in piena emergenza sanitaria.

La reazione di Fratelli d’Italia

Durissima la reazione di Fratelli d’Italia: “le nuove rivelazioni confermate anche dall’Agenzia delle Dogane portano alla luce una responsabilità gravissima da parte del governo giallorosso. L’acquisto e la distribuzione di mascherine inidonee ha esposto a gravi rischi la salute di milioni di cittadini. La nostra battaglia per la verità e per il rispetto delle vittime prosegue con determinazione”, si legge in un comunicato.