Cosa c’è davvero dietro l’indagine a Roberto Occhiuto

L'inchiesta a Occhiuto è ancora avvolta in una controversa nube di fumo: non sono chiare le accuse, il Governatore non è stato neanche chiamato dalla Procura tre giorni dopo aver espresso la volontà di essere sentito. Tanti dubbi sull'origine dell'inchiesta e sulla fuga di notizie sul solito giornale...

Tre giorni fa, mercoledì 11 giugno, il governatore della Regione Calabria Roberto Occhiuto comunicava con un video dai toni durissimi, di aver ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura della Repubblica di Catanzaro e di essere indagato con l’infamante accusa di corruzione. Il Presidente calabrese, noto da tempo per la sua condotta integerrima proprio rispetto alla gestione della cosa pubblica, ha usato parole durissime: “Corruzione a me? Che in questi anni ho gestito la Regione con un rigore assoluto, che non ho fatto mai niente che si avvicinasse pure lontanamente a un’ipotesi di corruzione. Solitamente si dice ‘sono sereno, confido nella magistratura’. Sono sereno un piffero… non sono sereno, perché essere iscritto nel registro degli indagati – anche a mia tutela, come mi dicono – per me è una cosa infamante: è come se mi avessero accusato di omicidio. È una cosa inverosimile che io possa essere avvicinato ad una ipotesi anche lontanamente vicina alla corruzione”. 

Effettivamente in quest’inchiesta qualcosa di strano c’è. Anche solo per il fatto che Occhiuto ha 56 anni ed è in politica da una vita: è stato eletto consigliere comunale a Cosenza, la sua città, nel lontano 1993, quando aveva appena 24 anni, e poi consigliere regionale della Calabria nel 2000 quando aveva soltanto 31 anni. Nel 2008 è stato eletto deputato per la prima volta a soli 39 anni. Quella a Montecitorio è una carriera lunghissima: viene rieletto nel 2014 e nel 2018, è rimasto a Roma a lungo svolgendo ruoli di primissimo piano nell’azione politica di Forza Italia, al punto da ritagliarsi lo spazio di essere candidato ed eletto Presidente della Regione Calabria, dove è tornato appunto su mandato popolare, a fine 2021, dopo la lunga esperienza parlamentare. Questo breve excursus solo per evidenziare come Occhiuto è sotto i riflettori da decenni: è sempre stato un soggetto particolarmente esposto, a maggior ragione per la propria storica militanza in Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, a cui i giudici hanno sempre rivolto attenzioni privilegiate. Eppure mai, in tutti questi decenni di protagonismo politico di primissimo livello, Occhiuto era stato sfiorato da una sola indagine. Evidentemente c’è un motivo. Fosse stato davvero un imbroglione, non c’è alcun dubbio che lo avrebbero scoperto prima, come tanti altri politici coinvolti in numerose inchieste nel corso degli anni.

Tutti coloro che lo conoscono, a partire dai suoi avversari e oppositori politici, gli riconoscono una assoluta integrità morale e una maniacale attenzione a non cadere, neanche per sbaglio, in situazioni compromettenti e imbarazzanti. “Affiancare la parola corruzione al nome di Roberto Occhiuto è un ossimoro e un’offesa. Nella certezza della sua estraneità testimoniata da una vita e una condotta esemplare e cristallina, la speranza è che i tempi della giustizia siano celeri nel riconsegnarli la serenità attualmente presa in ostaggio“, ha detto ieri Giorgio Mulè, Vice Presidente della Camera. E non è un caso che Occhiuto in questi giorni abbia ricevuto vicinanza e solidarietà da parte di tutte le alte cariche dello Stato, numerosi Ministri e tanti avversari politici.

Matilde Siracusano, Sottosegretario di Stato e compagna di Occhiuto, ha usato parole ancora più forti: “Associare il nome di Roberto alla parola “corruzione” è una bestemmia. Non una forzatura: una bestemmia. E sì, sono profondamente arrabbiata. Perché so quanta fatica, quanta dedizione, quanto amore ha messo in questa terra. L’ho visto vivere il suo incarico come una missione. Come un ordine sacro. Senza tregua. Senza compromessi. Roberto è un maniaco del rigore, della trasparenza, della legalità. Ha azzerato ogni forma di clientelismo. Talmente esigente da sembrare, a volte, sgarbato. Quasi insopportabile. Chi lavora con lui sa bene di cosa parlo”.

Perché quest’inchiesta è già un boomerang per la magistratura e un assist straordinario a Forza Italia e al governo Meloni

Indagare per corruzione uno come Roberto Occhiuto, nell’Italia del 2025 da parte della magistratura, significa sganciare un vero e proprio boomerang che farà male più a se stessi che agli altri. In questo momento, infatti, la fiducia degli italiani nei confronti del sistema-giustizia è ai minimi storici, mentre Occhiuto gode di un enorme consenso politico e umano: è tra i primissimi governatori più amati d’Italia nonostante governi da quasi quattro anni una terra difficile come la Calabria dove tutti, prima di lui, hanno fallito. Infatti Occhiuto è già lanciatissimo alla ricandidatura alle Regionali del 2026, e potrebbe diventare il primo governatore della storia della Calabria ad essere rieletto a furor di popolo.

Il suo consenso non è dato da marchette e clientele tipiche della storia politica di questa Regione, ma al contrario da una azione politica rivoluzionaria basata innanzitutto sulla competenza, sulla presenza costante su tutti i temi, sull’autorevolezza e la credibilità umana, ma anche sui risultati concreti raggiunti nei settori strategici e più problematici, cioè la sanità e i trasporti su cui la Calabria ha sempre sofferto ritardi enormi che adesso sta finalmente riuscendo a colmare. Non c’è alcun dubbio che questa Regione viva un momento di crescita e rilancio senza precedenti, e non può permettersi di perdere questo treno di sviluppo ed emancipazione.

Ecco perchè il consenso di Occhiuto non si potrà certo scalfire con una fumosa inchiesta di cui ancora non sono definiti neanche i contorni: le accuse dell’avviso di garanzia sono così aleatorie da non contenere alcun tipo di riferimento, al punto che l’accesso alle carte del fascicolo non è stato ancora concesso neanche ai legali del Governatore. Un bluff clamoroso? Chissà.

Di certo c’è che in primis Occhiuto, ma anche Forza Italia – di cui Occhiuto è vice segretario – e più in generale il governo Meloni che sta provando a riformare la Giustizia, stanno ricevendo da questa vicenda ulteriore sostegno alla propria azione politica: la convinzione che la giustizia sia politicizzata è sempre più pervasiva nella popolazione e nell’elettorato, soprattutto tra gli elettori del governo che orientano le decisioni politiche della maggioranza. E sono proprio questi continui episodi di inchieste a senso unico, palesemente fuori dalla realtà, che alimentano la sfiducia dei cittadini nei confronti della magistratura.

Che i tempi siano cambiati, però, lo dimostra proprio il nuovo Governo che ha vinto le elezioni con il proposito di riaffermare la politica come forza democratica che non può essere condizionata dalla magistratura, tant’è che abbiamo – vivaddio – Ministri indagati che rimangono saldamente in carica al servizio dei cittadini. Ormai la fase storica in cui sono i giudici, avviando semplicemente un’indagine (che poi quasi sempre si rivelerà un bluff), a condizionare la politica rovesciando letteralmente la democrazia determinando dimissioni di cariche pubbliche che poi dopo dieci anni saranno sempre assolti “perchè il fatto non sussiste“, è fortunatamente archiviata.

La storia della Calabria è zeppa di questo tipo di casi, anche eclatanti. Basti vedere i predecessori di Occhiuto, Loiero, Scopelliti e Oliverio, tutti travolti da scandali giudiziari più che controversi. Alla povera Jole Santelli non hanno avuto neanche il tempo di coinvolgerla nel tritacarne giudiziario soltanto perchè è andata via troppo presto, e adesso è il turno di Occhiuto. Qualche amico intimo, da Roma, in questi giorni ci ha scherzato su: “Oh Roberto, pure tu, volevi andare a governare la Calabria senza neanche ricevere un avviso di garanzia? Suvvia…“. Ma non basta a strappargli un sorriso: lui è davvero infuriato perchè non accetta quest’onta. A prescindere dall’ulteriore onda di sostegno politico che gli darà.

Basti pensare, tanto per proseguire con i precedenti, al caso di Toti: l’ex governatore ligure era in una situazione molto diversa da quella di Occhiuto perchè aveva effettivamente commesso alcune leggerezze, ma la assoluta sproporzione e violenza dei provvedimenti restrittivi a suo carico destarono molto più sgomento per quanto furono sfacciati. Una giustizia ad orologeria, alla vigilia delle elezioni, in modo così palese ed eclatante portò il Centrodestra a rivincere nettamente le Regionali con ampio consenso con un candidato e una coalizione in totale continuità (e assoluta vicinanza) a Toti e alla sua azione politica. Insomma, un vero e proprio boomerang.

Il tema di fondo rimane sempre quello: la responsabilità dei magistrati. E’ qualcosa di fuori dal comune: immaginate cosa potrei scrivere io su StrettoWeb se non dovessi rispondere in modo diretto delle mie azioni. Se nessuno potesse querelarmi, se nessuno potesse chiedermi un risarcimento dei danni che eventualmente posso determinare con i miei articoli. O, a maggior ragione, se quel risarcimento dei danni lo pagasse lo Stato, con i soldi di tutti i cittadini, senza neanche sfiorare le mie responsabilità, il mio incarico, il mio stipendio. Per i giudici funziona esattamente così. E allora perchè è diverso per i giornalisti, per i medici, per gli automobilisti, per tutti gli altri cittadini?

Il retropensiero: c’è dietro qualcosa di più torbido?

Ma davvero questo caso è soltanto l’ennesima azione delle cosiddette “toghe rosse” contro il politico di turno di Centrodestra, sempre più pericoloso perchè vincente e quindi da eliminare per via giudiziaria data l’impossibilità di farlo elettoralmente? Forse sì. O forse no.

Che ci sia dietro qualcosa di ancora più torbido è probabilmente soltanto un retropensiero, ma alcune circostanze lasciano immaginare qualcosa di molto più grosso delle consuete azioni giudiziarie ad orologeria contro il Centrodestra, che tra l’altro su Occhiuto erano nell’aria da tempo. Qualsiasi esponente di Pd e M5S con cui chiunque abbia parlato negli ultimi mesi delle prossime elezioni regionali calabresi, riservatamente, riconosceva e garantiva che “contro Occhiuto non potremo competere per vincere, assolutamente, ma neanche se candidassimo Obama, ha un consenso enorme. A meno che… in questo anno… non succeda qualcosa di forte contro di lui che lo comprometta“. Non c’è uno, uno solo, che non lo abbia detto apertamente, seppur in via confidenziale. E che non lo abbia pensato. E’ ormai un modus operandi, una vera e propria tradizione così consolidata che anche chi fa parte della base dei partiti di sinistra in assoluta buona fede e per convinzione ideologica ed è totalmente avulso da dinamiche dirigenziali, ha piena consapevolezza di avere questo asso nella manica in vista di ogni competizione elettorale.

Ma con Occhiuto è diverso. Troppo grande il suo consenso, troppo solide le basi di buongoverno su cui lo ha costruito. Troppo sfacciato e palese l’attacco infondato, proprio sui tasti in cui lui è talmente forte da essere inattaccabile. La corruzione.

“Ho chiesto oggi stesso di essere interrogato dai magistrati, pure al buio, perché non so nemmeno quale circostanza mi viene contestata. Ho chiesto di essere sentito al più presto perché per come mi sono comportato in questi anni non ho nulla da temere”. Sono passati tre giorni e non solo la Procura di Catanzaro non ha convocato Occhiuto per sentirlo, ma non ha neanche fornito i dettagli sulle circostanze contestate. Qualsiasi magistrato che abbia a disposizione un governatore Regionale che si offre per essere interrogato al buio, senza minimamente pensarci un secondo, lo convoca immediatamente e lo ascolta. Perché in questo caso dopo tre giorni non è ancora successo nulla? L’anomalia è enorme, e inspiegabile.

Il caso del Domani e l’ipotesi di uno scontro tra poteri

Ad alimentare ulteriori cattivi pensieri c’è tutto ciò che di poco sappiamo su questa inchiesta. Ci sono pochissimi indagati, cinque in tutto, e gli altri quattro sono piccoli collaboratori e funzionari senza ruoli di particolare rilievo. Insomma, tutto ruota intorno ad Occhiuto. E tutto sarebbe basato su un episodio della campagna elettorale delle Regionali del 2021, quindi di esattamente quattro anni fa. Almeno così scrive Il Domani, il giornale che ha costruito tassello per tassello questa inchiesta al punto da annunciare l’avviso di garanzia al governatore con un paio di giorni di anticipo. E’ possibile che un Governatore venga indagato per un presunto reato commesso quattro anni prima, solo dopo così tanto tempo e alla vigilia delle nuove elezioni, e che tutto venga anticipato da un giornale semi sconosciuto e politicamente schierato? In Italia, evidentemente, sì.

Ma questa è storia vecchia (abbiamo già parlato della Liguria). Quello che è un po’ più nuovo è il coinvolgimento del Domani anche in questa storia.

Il Domani, infatti, è un quotidiano fondato appena cinque anni fa da Carlo De Benedetti, imprenditore ed editore storicamente schierato su posizioni di estrema sinistra. Nonostante le ambizioni iniziali, il giornale ha sempre avuto una diffusione marginale: secondo i dati ADS, nel 2023 vendeva meno di 3.000 copie al giorno in edicola, una cifra risibile che testimonia la sua totale irrilevanza tra i lettori. Eppure, Il Domani si è ritagliato un ruolo rumoroso nel panorama mediatico grazie a una serie discoop” costruiti spesso in sintonia con settori della magistratura, rivelando in anticipo indagini quasi esclusivamente a carico di esponenti del centrodestra, assumendo la connotazione di giornale delle Procure. Le sue inchieste hanno alimentato il sospetto di una saldatura tra informazione e giustizia a senso unico. Paradossalmente, lo stesso giornale è finito più volte sotto i riflettori per presunte scorrettezze, tra cui polemiche su una gestione economica opaca (chiude il bilancio con perdite di diversi milioni di euro l’anno, ma paga indennità folli ai componenti del CdA), conflitti d’interesse e una linea editoriale accusata di essere faziosa e strumentale.

Uno degli episodi più controversi legati a Il Domani riguarda il caso esploso nel 2023 relativo a una fuga di notizie coperte da segreto istruttorio, che ha coinvolto direttamente la Procura della Repubblica di Roma e alcuni giornalisti del quotidiano. Il caso ruota attorno alla pubblicazione, da parte de Il Domani, di informazioni riservate su presunte indagini a carico del ministro della Difesa Guido Crosetto, mai formalmente indagato. Le notizie pubblicate – poi rivelatesi infondate – provenivano da ambienti giudiziari e sono state rese pubbliche prima ancora che eventuali atti ufficiali fossero notificati.

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per violazione del segreto d’ufficio, ipotizzando che ci fosse stata una fuga di notizie orchestrata in collaborazione con taluni ambienti giornalistici e giudiziari. Alcuni cronisti del giornale sono stati iscritti nel registro degli indagati, e gli inquirenti hanno disposto perquisizioni e sequestri di dispositivi elettronici, nel tentativo di ricostruire la catena delle comunicazioni. Il caso ha suscitato forti polemiche, sollevando interrogativi su un presunto utilizzo politico dell’informazione, con Il Domani accusato di agire come cassa di risonanza per strategie giudiziarie mirate contro esponenti della destra di governo.

Questo episodio ha rafforzato la percezione di un giornale ideologicamente schierato, più impegnato nella lotta politica che in un’informazione equilibrata, e ha aggiunto un ulteriore capitolo alle tensioni tra stampa, potere giudiziario e politica in Italia.

Persino il Dis (coordinamento dei servizi segreti) ha denunciato il procuratore di Roma Francesco Lo Voi per aver consegnato a Il Domani documenti con classificazione “riservata” riguardanti l’Aisi e l’accesso del capo di gabinetto di Palazzo Chigi Gaetano Caputi alla banca dati Punto Fisco. Secondo il Dis, quegli atti erano visibili ai giornalisti indagati, ma non potevano essere copiati. Tuttavia, Il Domani ne ha pubblicato interamente dieci pagine sul proprio sito già il giorno dopo. In seguito alle denunce del Dis, la Procura di Perugia ha aperto un fascicolo per indagare su Lo Voi, con ipotesi di reato per violazione del segreto d’ufficio (art. 42 co. 8 legge 124/2007). La stampa, con articoli da Il Giornale, Nicolaporro.it, Avvenire, ecc., ha evidenziato come Il Domani fosse il principale “attore” mediatico della vicenda. I documenti pubblicati hanno dato enorme visibilità al giornale, trasformandolo in catalizzatore dello scontro tra poteri dello Stato. E il caso di Occhiuto potrebbe anche essere un ulteriore tassello di questo scontro storico: il governo Meloni ha rotto una fase di potere ininterrottamente nelle mani della sinistra per oltre 11 anni, e questo giornale con più fonti nelle Procure che lettori nelle edicole è nato proprio quando era ormai chiaro a tutti che il Centrodestra sarebbe tornato al governo più di due lustri dopo la stagione di Silvio Berlusconi.

Ma ovviamente saranno tutte solo coincidenze…