Ora che finalmente s’è trovato qualcuno disposto a prendersi in carico la nazionale di calcio, o quel che ne resta, Gravina può tirare un sospiro di sollievo. La figura di Gattuso è abbastanza carismatica da poterla sfoggiare alla stampa, e adesso basta lasciar scorrere un po’ di tempo e alla fine, come sempre, i problemi si dimenticheranno, almeno fino al prossimo incidente. E la prossima volta? Lo schema è collaudato, come dappertutto in Italia. Il solito abbaiare confuso all’inizio ma poi, dopo gli sfoghi iniziali, qualcosa distrarrà la massa. Solo i fessi in Italia si assumono le responsabilità in preda a crisi morali. I più sanno che, dopo la prima ondata, il tempo cancella i brutti ricordi e ognuno riprende il suo posto. Non è mica necessario sbattere la testa.
La frase di Giraudo
Mi viene in mente una frase pronunciata da Antonio Giraudo poco prima d’essere cacciato a furor di popolo dal suo ruolo di dirigente dopo una campagna stampa feroce che ne aveva fatto uno dei volti oscuri degli scandali sportivi. Il manager torinese, senza scomporsi e con quell’atteggiamento sarcastico che lo caratterizzava, sintetizzò in maniera esemplare un modo di essere della società italiana: “Noi togliamo il disturbo, ma vedrete i banditi che verranno dopo di noi”. L’illustre dirigente non era certamente un’anima candida, ma quel mondo oscuro che lo stava sputando fuori lo conosceva bene. E si rivolgeva alle anime belle che ogni volta in questo paese si illudono che basti incolpare qualcuno affinché tutto recuperi la perduta innocenza, che è confondere le conseguenze con le cause. Se una persona ha potuto gestire una certa situazione per tanti anni è perché tutto un sistema di complicità lo ha reso possibile, e addossare le colpe a un individuo senza cambiare tutto il resto solo per la paura e l’ipocrisia di vedere quello che tutti sapevano significa non cambiare nulla: un altro prenderà il suo posto e rifarà le stesse cose e forse in maniera ancora peggiore e più sfacciata. Si è solo sostituito un nome con un altro.
La frase di Giraudo, travalicando il mondo sportivo, si può estendere a tutto un mondo politico e associazionistico e insomma ad ogni ambito di questa nazione dove c’è da amministrare qualcosa. Perché in Italia la gestione del potere è sempre una gestione mafiosa, e intendiamo con questo termine, ovviamente, una visione etica e culturale. Chi in Italia si trova ad amministrare un potere lo trasforma presto in una cricca, mettendo a poco a poco nei posti chiave uomini non in base a criteri di merito ma di complicità. Gente che più che la competenza possa garantirgli la fedeltà. E il motivo è semplice: creare una amministrazione di tipo piramidale in cui ognuno è legato all’altro da rapporti non di capacità ma di complicità, fino al vertice, per cui il capo può alla fine poter dire: se cado io, mi trascinerò dietro tutti voi. Ecco perché in Italia le elezioni in queste federazioni le vincono sempre gli stessi da anni e in maniera plebiscitaria: a ognuno basta sollecitare la sua cricca, il cui unico scopo è conservare la propria posizione.
Il mondo calcistico italiano è in preda a una delle sue solite crisi
Adesso il mondo calcistico italiano è in preda a una delle sue solite crisi, e pensa di venirne fuori con i soliti metodi del cattivo sacrificabile a cui dare la colpa e di qualche compromesso di comodo.
Anche in Italia il calcio è figlio di un mondo popolare che si entusiasmava a praticarlo per le strade e nei vicoli delle periferie urbane. E per decenni ha rappresentato l’identità di una massa prima di contadini e di operai e poi di una piccola borghesia che formava il cuore di una nazione estromessa da un mondo dorato cresciuta in mezzo ai volti delle figurine e alle chiacchiere del bar sport che vedeva nei calciatori e nel sudore delle loro maglie i propri eroi per comunione di origine e di linguaggio. Ma da tempo questo sport, da poesia di strada, come la aveva ben inquadrata Pasolini, ha trasformato la propria natura e ceduto alle lusinghe e agli abbagli del mondo dorato del denaro. Era infatti troppo seguito dalle masse per non accendere l’interesse di speculatori e investitori con pochi scrupoli. Così alla fine, da fenomeno popolare, è diventato fenomeno solo aridamente commerciale che ha cominciato a smuovere cifre gigantesche che poco si legano a un mondo di disinteressata e magari rude passione, e ha cominciato a partorire dirigenti rapaci, procuratori cinici e calciatori sempre più affamati e viziati. Sono le leggi del mercato, ed è normale e persino in qualche modo giusto che sia così.
Il calcio italiano da tempo buoni risultati non ne produce più
Ma in tutto questo c’è qualcosa che giusto e normale non è. Secondo le leggi del mercato, quella che i soldi li distribuisce, e anche secondo le leggi della gestione camorristica, quella che i posti li spartisce, tu hai il diritto di gestire una cosa fino a che procuri dei buoni risultati. E il calcio italiano da tempo buoni risultati non ne produce più. Ma nessuno pensa di abbandonare le proprie posizioni. C’è solo un potere che giustifica se stesso in maniera ormai spudorata. Il campionato vede squadre di basso livello e piene di debiti, la qualità dei calciatori è mediocre, la nazionale dà pessimi risultati. Eppure il presidente gode di una maggioranza plebiscitaria, nonostante un modo di agire da cabaret. Le ultime scene a cui abbiamo assistito sono da avanspettacolo, con un commissario tecnico costretto a comunicare da solo il proprio esonero e a sedersi in panchina da estromesso, come mai era accaduto prima. Mentre il vecchio allenatore, protagonista di un’altra farsa, di ritorno dai fallimenti arabi per cui aveva abbandonato improvvisamente tutto e tutti si era detto disposto a rioccupare la panchina (è forse umano tradire per denaro, ma è da spudorati ripresentarsi come se nulla fosse accaduto).
Noi non sappiamo se adesso Gattuso riuscirà a raddrizzare una barca di cui altri, forse più saggiamente, si sono ben guardati dal prendersi la responsabilità, ma temiamo che sia solo una toppa per nascondere problemi più seri, fino alla prossima caduta. Poi un altro, dopo le consuete urla, prenderà il suo posto senza che nessuno tocchi niente altro. In questa Italia da cabaret basterà solo rifarsi un po’ il trucco.


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