Nel 2025, dopo oltre un quarto di secolo di chiacchiere, rinvii e ideologie fossilizzate, la realtà dei fatti demolisce senza appello le tesi traballanti dei No Ponte. L’ultimo aggiornamento Eurostat parla chiaro: in Europa cresce il trasporto merci su gomma. Sì, proprio su gomma. Quella stessa modalità che, secondo i fautori del “non serve più”, sarebbe già morta, obsoleta, marginale. E invece no: i TIR continuano a muovere oltre un quarto del totale delle merci all’interno dell’Unione Europea, con un trend in crescita.
Mentre i trasporti ferroviari e fluviali restano marginali, e mentre si discute ancora – a parole – di decarbonizzazione, la strada resta oggi la spina dorsale logistica d’Europa. E allora una domanda s’impone: quanto ancora dobbiamo aspettare per costruire finalmente il Ponte sullo Stretto di Messina, la più strategica e potente infrastruttura per agganciare Calabria e Sicilia all’Europa dei trasporti e dei commerci?
Nel 2023, – valuta Eurostat – circa due terzi (67,4%) di tutte le merci trasportate all’interno del territorio dell’Ue hanno viaggiato via mare, considerando la quantità di merci e la distanza di viaggio (tonnellate-chilometro). Il trasporto merci su strada ha rappresentato il 25,3% di tutte le merci, mentre il trasporto ferroviario ha rappresentato il 5,5%. Le vie navigabili interne hanno rappresentato l’1,6% del trasporto merci e la quota del trasporto aereo è stata dello 0,2%.
La disfatta delle ideologie
Per anni ci siamo sentiti dire che “non viaggiano più merci su gomma”, che “ormai si fa tutto via mare o treno”, che “il Ponte è un’opera del passato”. Bugie. O peggio: ideologia spacciata per razionalità. Oggi i dati certificano l’esatto contrario. E mettono in evidenza quanto il mancato Ponte abbia rappresentato un autogol clamoroso per il Sud Italia e per l’intero Paese.
Mentre i flussi su gomma crescono, Calabria e Sicilia rimangono penalizzate da un sistema di attraversamento dello Stretto che definire arcaico è un eufemismo. Ogni giorno centinaia di tir affrontano attese estenuanti, costi insostenibili, inefficienze logistiche che gridano vendetta. Tutto ciò produce un danno economico, ambientale e sociale incalcolabile. E intanto, le opportunità si spostano altrove.
Un Ponte per intercettare la nuova logistica europea
Realizzare il Ponte sullo Stretto non è più una semplice questione di prestigio ingegneristico: è una priorità economica nazionale. In un continente in cui le merci continuano a viaggiare su gomma e i flussi commerciali tra Nord Africa, Sud Europa e Centro Europa aumentano, l’Italia ha il dovere di posizionarsi come snodo strategico, non come retrovia dimenticata.
La Sicilia e la Calabria possono diventare hub logistici di prima fascia, grazie anche alla crescente centralità del Mediterraneo nelle rotte globali. Ma senza Ponte, questo sogno resterà lettera morta. Con il Ponte, invece, si spalanca una stagione nuova: si accorciano i tempi di percorrenza, si attraggono investimenti, si attivano migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti. Si crea finalmente un corridoio continuo e moderno da Palermo a Berlino, da Gioia Tauro a Rotterdam, dalla Sicilia industriale al cuore dell’Europa.
L’ora della responsabilità
Chi continua a ostacolare il Ponte oggi, lo fa contro ogni evidenza, contro ogni interesse nazionale, contro ogni logica di sviluppo. Lo fa per partito preso, arroccato su posizioni ideologiche del secolo scorso. Ma i fatti hanno la testa dura. E i fatti dicono che il Ponte non è affatto superato: è il futuro.
Il Ponte sullo Stretto non serve solo a collegare due coste. Serve a connettere l’Italia a un sistema logistico continentale in trasformazione. Serve a rendere finalmente giustizia a due regioni, la Calabria e la Sicilia, trattate per troppo tempo come zavorra anziché come risorse. Serve all’Italia per rimanere competitiva nel grande gioco economico europeo.
Oggi l’Europa trasporta sempre più merci su gomma. E noi? Continuiamo a perdere tempo, o decidiamo finalmente di costruire il futuro?


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