Seminara nelle ultime settimane è finita al centro delle cronache per uno spiacevole fatto di cronaca la cui protagonista è una 14enne vittima di abusi da parte di giovani legati a famiglie della ‘ndrangheta. La ragazzina però adesso potrà finalmente iniziare una nuova vita, lontano da Seminara, paesino in provincia di Reggio Calabria in quanto insieme ai genitori e ai due fratelli, andrà a vivere in un nuovo alloggio messo a disposizione dalla Regione Calabria, in provincia di Reggio Calabria. Il trasferimento è stato reso possibile grazie a un provvedimento definito “straordinario e urgente” che riconosce la situazione di grave disagio sociale e familiare vissuta dalla ragazza. Dopo un incontro in Prefettura, l’alloggio – appartenente all’Aterp, ente regionale per l’edilizia pubblica – è stato assegnato per garantire condizioni minime di sicurezza, stabilità e serenità.
Questo fatto di cronaca è finito anche sui giornali nazionali con lettore de “Il Giornale“, Roberto Bellia di Vermezzo con Zelo, che ha inviato a Feltri una lettera in cui viene trattato questo vergognoso episodio di cronaca. Ecco il testo della lettera: “Leggo, disgustato, che «la gente di Seminara, dopo gli arresti degli aguzzini della figlia stuprata (tutti condannati con pene dai 5 ai 13 anni), ha voltato le spalle e isolato la famiglia della vittima dal resto della comunità»: una realtà che ha costretto i familiari della giovane a cambiare paese. Le domande sono: Seminara è un paese civile? Seminara è un’eccezione o una delle numerose realtà della Calabria di oggi? Se i «discepoli» della ‘ndrangheta, come evidentemente sono gli abitanti di Seminara, hanno eletto questo sindaco quanto valgono le sue dichiarazioni di solidarietà per la vittima?”.
Vittorio Feltri ha quindi risposto al lettore: “Caro Roberto,
ebbene sì, è a Seminara che qualche anno fa due minorenni sono state stuprate dal branco. Sono intervenute delle condanne, ma questo non ha reso giustizia alle vittime. La ragazzina che ha avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti sta facendo le valigie per trasferirsi altrove insieme alla sua famiglia, poiché l’intera comunità rifiuta lei e i suoi familiari, in quanto ritenuti colpevoli di avere macchiato l’immagine e il decoro del paesino, la reputazione degli stupratori e il “buon nome” delle famiglie di questi ultimi. È incredibile ma accade che le vittime di violenze sessuali in Calabria debbano essere messe sotto scorta, come e successo, ad esempio, ad Anna Maria Scarto, la quale vive sotto protezione dal 2010, in seguito alla scelta di denunciare i suoi aguzzini, che per anni l’hanno sistematicamente violentata pas-sandosela come fosse un oggetto. Anche Anna Maria ha dovuto lasciare il suo paese, perché scartata dalla comunità, ingiuriata, perseguitata, minacciata. Sono storie che si ripetono: mediante una bizzarra e malata inversione dei ruoli, le vittime vengono fatte colpevoli. Sono state loro a turbare certi equilibri, sono state loro a non fare nulla per evitare quello che pure hanno subito, sono state loro a causare tanta sofferenza e vergogna, sono state loro a determinare gli arresti di uomini che, in fondo, non hanno compiuto nulla di male, perché la donna, in certi ambienti, è tuttora considerata «una puttana che ci stava, che ha provocato, che voleva». Sì, fa orrore tutto questo, ma corrisponde a realtà, che ci piaccia o meno, e io non intendo scadere nella logica del silenzio, rassegnarmi, come i calabresi che abitano certe zone, alla legge dell’omertà, che conduce a tacere, a fare finta di non avere visto, a schierarsi tacitamente dalla parte delpiù forte, del criminale, dell’assassino, dello stupratore, del mafioso. Sarebbe ora di rompere certi schemi, di insorgere contro certe consuctudini, di urlare contro certi crimini: non solo il delitto di stupro, ma anche il delitto posto in essere da tutti coloro che si scagliano contro l’abusata perché non si è sottomessa a quella regola non scritta che prevede che occorra abbassare la testa, assoggettarsi al potente, patire, rinunciare alla propria dignità in nome di un finto quieto vivere o in nome dell’accettazione sociale. Ed è così che una ragazza, i suoi fratellini e i suoi genitori stanno abbandonando un paese dove sono nati e cresciuti perché sarebbero addirittura in pericolo. Qualche giorno fa i carabinieri hanno notificato alla giovane un provvedimento straordinario e urgente attraverso il quale ella e stata informata che, a causa del disagio sociale generato dal risiedere in quell’ambiente divenuto ostile e per prevenire problemi di vario tipo e assicurare a lei e ai suoi congiunti di potere vivere in pace, è stato messo a disposizione un alloggio in un altro paese della Calabria. È stato il presidente della Regione Roberto Occhiuto ad attivarsi per realizzare tutto questo, ossia il trasferimento della ragazza e della famiglia mediante la concessione di un alloggio. Iniziativa lodevole, ok. Si voleva in tal modo dare un segnale forte: le istituzioni stanno dalla parte di chi denuncia e della vittima. Ma a me pare che sia stato lanciato un messaggio di resa totale ad una mentalità primitiva che prevede che sia la vittima a migrare, a nascondersi, a dovere scappare, e non i carnefici e i loro sostenitori. lo credo proprio che questa ragazza avrebbe dovuto restare dove sta e che non dovessero averla vinta quelli che hanno voluto ostracizzarla. Quanto al sindaco, al di là delle dichiarazioni, delle manifesta-zioni, delle parole di vicinanza espresse nei confronti dell’abusa-ta, dell’abbraccio simbolico alla sua famiclia e a lei come da copione istituzionale, non so cosa dovrebbe fare. Immagino non sia facile fare il sindaco in simili habitat. Forse, se fossi io primo cittadino di Seminara, mi opporrei al trasferimento della fami-glia, mi farei suo baluardo, pretenderei da parte dei miei cittadini il rispetto per una donna che ha avuto il coraggio di squarciate quel pesante e insopportabile velo di silenzio che costringe i calabresi a piegare la testa e a permanere nelle acque stagnanti di una evoluzione civile, culturale, morale, umana, e di conseguenza anche economica, che risulta in stallo da sempre. Lo Stato trionfa non quando alla vittima viene trovata una casa altrove, ma quando fa in modo che ella possa permanere dove sta. È un suo sacrosanto diritto”.
Il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto ha quindi risposto a Feltri: “Vivere a Seminara: una sfida quotidiana che vinceremo” afferma il presidente che continua “Gentile direttore Feltri, ho letto con attenzione il suo pezzo pubblicato ieri su questo giornale e desidero condividere alcune riflessioni. La vicenda di Seminara, un paesino di poco più di 2 mila anime in provincia di Reggio Calabria, ha sconvolto l’opinione pubblica. Una violenza così atroce perpetrata per anni nei confronti di due adolescenti, i lunghi silenzi, il dolore delle famiglie, la forza di denunciare e di ribellarsi. I responsabili di questi delitti sono stati individuati e puniti, ma le vittime hanno continuato a vivere disagi e sofferenze causate dall’atteggiamento squallido e indecente di una parte della comunità di Seminara, che le accusa ingiustamente di aver infangato l’onorabilità del Paese e di “certe famiglie”. Simili comportamenti – ispirati da una mentalità mafiosa, omertosa, primitiva – sono difficili da estirpare, ma noi combattiamo affinché atteggiamenti di questo tipo siano sempre più sporadici e isolati. Qualche settimana fa ho letto un’intervista alla signora Gabriel-a, la madre di una delle due giovani violentate. Nelle parole di Gabriella ho percepito la paura, il disagio, il senso materno di protezione incondizionata nei confronti dei suoi figli. Pochi giorni dopo ho deciso di andare di persona a Seminara, per portare la mia personale solidarietà a questa famiglia. L’ho fatto senza avvertire nessuno. ho chiesto alla mia scorta di lasciarmi a un centinaio di metri dalla casa della signora Gabriella, e ho percorso a piedi le vie del centro del paesino, facendomi riconoscere, mostrando in modo plastico la presenza delle istituzioni. Ho parlato a lungo con la signora Gabriella e con la sua famiglia, e ho deciso di impegnarmi immediatamente e concretamente per accogliere una sua richiesta accorata, poter andar via da Seminara, per tentare di tornare ad una parvenza di normalità. Vede, direttore Feltri, in alcune zone della Calabria, così come in altre complicate periferie del nostro Paese, le persone perbene – che nella mia Regione sono la stragrande maggioranza – combattono, insieme allo Stato e alle istituzioni, una battaglia culturale e di civiltà contro la ‘ndrangheta, contro la criminalità organizzata, contro chi accetta la sopraffazione e contro chi vive nell’indifferenza. Ma le guerre sono lunghe e difficili, e mentre si combatte bisogna assicurarsi di mettere al sicuro i più deboli e i più esposti, ma anche i coraggiosi che per primi decidono di ribellarsi. Giovedì scorso il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e il presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, sono venuti a Limbadi, piccolo centro del vibonese, per l’inaugurazione di una nuova caserma dei Carabinieri nata presso una villa confiscata alla ‘ndrangheta. Se avessimo organizzato un simile evento qualche decennio fa avremmo trovato un paesino de-serto, silenzio e ostilità – atteggiamenti che purtroppo ho riscontrato anche in questi ultimi anni in simili occasioni in qualche zona ancora ostaggio delle cosche, l’altro giorno invece abbiamo inaugurato questa caserma con un Paese in festa, con i bambini felici che sventolavano il tricolore, con una comunità presente e consapevole che noi eravamo il bene e che altri per anni avevano imposto il male. Lo Stato, le forze dell’ordine, la magistratura, le istituzioni, in Calabria sono in prima linea quotidianamente contro la ‘ndrangheta, ma le rivoluzioni culturali non si esauriscono in pochi anni, serve determinazione e perseveranza, ma la direzione che da tempo abbiamo preso è, ne sono certo, quella giusta. La Calabria è anche e soprattutto eccellenze, giovani straordinari, università in continua crescita, poli industriali e del sapere sempre più attrattivi, imprese innovative. Certamente la mafia ha fatto in alcuni casi un danno culturale enorme, ma fortunatamente la mia Regione è ben altro, è tanto altro. Un proverbio dice, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Il mio auspicio è che la foresta sia presto talmente fitta e forte da attutire e annullare il male residuo che ancora persiste dentro una parte della nostra società” conclude il Presidente Roberto Occhiuto.


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