Luigi Canotto. Gigi. Ed è subito gol contro l’Ascoli, pazza esultanza del Granillo, playoff centrati nel recupero, lui che sta per togliersi la maglia ma poi non lo fa, perché ricorda di essere diffidato. Al di là di come è andata poi a finire, quella partita, quel momento, resterà nella storia amaranto, per quello che la squadra di Inzaghi era riuscita a compiere in quella stagione. Canotto, che è calabrese e che al Sant’Agata è cresciuto, prima di ritornarci da calciatore esperto, ha raccontato anche quei momenti nel corso di “Reggina Talk”, sul Dispaccio. “Da gennaio in poi, sapete le situazioni che si sono create. Situazioni delicate. A fare la differenza in quella squadra era tutto. Abbiamo lasciato ai tifosi un gruppo che onorava la maglia. Io quando sono tornato era per restarci tanti anni, c’era tutto per fare bene e non ci meritavamo quel che è successo”, ha detto.
A Canotto è stato chiesto se ha rivisto la scena del gol e dell’esultanza di tutto lo stadio. O quasi tutto. Diciamo tutti “tranne i proprietari e altri dirigenti”, ha domandato il giornalista Paolo Ficara. “Non te la saprei spiegare la scena. Posso ricordare che quando ho segnato è venuto giù lo stadio. L’emozione di tutte le persone, alcune che si sono abbracciate e neanche si conoscevano, tanti messaggi che mi scrivevano di quando sono tornati ai momenti passati della Reggina in Serie A”, ha glissato Canotto.
Che poi, però, è andato più nello specifico: “una sensazione negativa da parte della società non l’ho mai vista. Ho rivisto il gol, non esultare fa capire qualcosa che non va. La proprietà non penso che non volesse andare in Serie A, se si andava qualcosa cambiava, i debiti si risanano. Non so, ad oggi ancora mi faccio tante domande dentro di me. Peccato veramente”. Poi, sul futuro, ha ribadito un concetto già espresso altre volte: “il mio desiderio è quello di ritornare, magari un giorno, spero presto e spero di riportare la Reggina dove merita. Per quest’anno, intanto, sono fiducioso, sento qualcosa che mi dice che la Reggina ce la può fare”.


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