Mentre nel mondo si costruiscono ponti per rafforzare alleanze strategiche, favorire il commercio e riunire territori divisi da decenni di isolamento, l’Italia continua a dibattere – spesso in modo sterile – sull’opportunità di realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina. Eppure, proprio in queste ore, un esempio emblematico arriva da est: Russia e Corea del Nord, due Paesi notoriamente isolati sul piano internazionale e sottoposti a dure sanzioni, hanno annunciato la costruzione del loro primo ponte stradale. Un’opera che sarà più di un’infrastruttura: un simbolo politico, economico e culturale.
Secondo il primo ministro russo Mikhail Mishustin, il ponte rappresenterà “una pietra miliare nelle relazioni russo-coreane“, uno strumento di connessione commerciale, turistica e simbolica tra due realtà che hanno deciso di rafforzare i legami contro ogni previsione. Anche la controparte nordcoreana ha usato parole solenni: “Un monumento storico ed eterno”.
In questa cornice geopolitica, la domanda per il nostro Paese è tanto semplice quanto urgente: se persino Russia e Corea del Nord – due nazioni sottoposte a sanzioni e isolate dal sistema globale – vedono nel ponte un’opportunità di crescita, sviluppo e consolidamento, perché l’Italia, una delle principali economie dell’Unione Europea, continua a dividersi su un’infrastruttura che potrebbe cambiare per sempre il Sud e l’intero sistema logistico mediterraneo?
Il Ponte sullo Stretto non è solo una grande opera ingegneristica: è l’idea che il Mezzogiorno d’Italia possa essere finalmente protagonista, collegando fisicamente e simbolicamente la Sicilia al continente, l’Italia all’Europa, e l’Europa al Mediterraneo. È il superamento di una logica insulare, che ha isolato per troppo tempo l’economia siciliana e calabrese, accentuando divari infrastrutturali, rallentando i traffici e allontanando investimenti.
Costruire un ponte significa anche costruire futuro. Significa credere che la geografia non debba più essere un ostacolo, ma una risorsa. Come sta accadendo altrove – dalla Turchia alla Cina, dal Giappone ai Paesi scandinavi – i ponti diventano volani di sviluppo, acceleratori di integrazione e testimonianze di fiducia nel domani.
L’Italia ha davanti a sé una sfida storica: smettere di vivere lo Stretto come una frattura e iniziare a considerarlo un punto di contatto, di passaggio, di visione. In un mondo che costruisce ponti per resistere all’isolamento, noi non possiamo continuare a costruire ostacoli per paura del cambiamento.
Costruire il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera di ingegneria. È, come nel caso russo-coreano, una dichiarazione d’intenti. Una scelta di campo. Un atto di fiducia verso un’Italia che vuole tornare a unire, e non più a dividere.


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