L’Europa si conferma divisa e spaccata dopo il summit a Parigi convocato da Macron, per capire come l’UE si deve muovere al netto del dialogo avviato fra Donald Trump e Vladimir Putin sull’Ucraina. La paura che si possa restare “fuori” ha ingenerato in realtà un nulla di fatto, con posizioni diverse e anche qualcuno “irritato”. Dopo più di tre ore, i capi dei governi di Francia, Italia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Danimarca, Polonia e Olanda – alla presenza dei vertici Ue e della Nato – si sono trovati solo sui principi generali, ovvero sulla necessità di condividere le scelte con gli Stati Uniti, l’esigenza di garantire una pace giusta e di proteggere l’Ucraina.
Il primo ad uscire dalla riunione è stato il cancelliere tedesco Olaf Scholz, ribadendo la necessità che Europa e Stati Uniti agiscano “sempre insieme” per la sicurezza di tutti. Scholz ha insistito in particolare sull’aumento del “finanziamento” dello sforzo europeo per la sicurezza, accettando di andare oltre le regole di bilancio di solito invalicabili per la Germania. Quanto invece al dossier che più di ogni altro ha spaccato i partecipanti, il possibile invio di truppe in Ucraina, il cancelliere è il capofila di quelli che non ne vogliono neppure sentir parlare, almeno per il momento. Si è definito anzi “irritato” da chi ha avanzato questo tema: “Credo – ha detto – che sia del tutto prematuro parlarne ora. Anzi sono anche un po’ irritato per questo dibattito. Voglio dirlo chiaramente: qui si discute sulla testa degli ucraini di trattative di pace che ancora non hanno avuto luogo, alle quale gli ucraini non hanno detto di sì e non si sono nemmeno seduti al tavolo”.
La posizione dell’Italia e il pensiero di Giorgia Meloni
Netta anche la posizione di Giorgia Meloni, più vicina a Trump rispetto agli altri vertici europei convocati (unica invitata alla cerimonia di insediamento negli USA, anche se Macron oggi ha sentito il Presidente americano). Giorgia Meloni è arrivata per ultima alla riunione e poi è andata via, accompagnata da Macron fino alla macchina dopo uno scambio di saluti. La Premier non ha condiviso i presupposti e la scelta degli inviti. Perché la sede naturale dove prendere decisioni comuni dei 27 doveva essere Bruxelles. E perché andavano sentiti, seppure in un formato ridotto, quantomeno quei paesi che con la Russia condividono centinaia di chilometri di confine e più sono esposti, un concetto sottolineato dalla premier al tavolo, “al rischio di estensione del conflitto”. Non solo, non si può trattare, avrebbe sottolineato, di un “formato anti-Trump”, anzi: gli Usa lavorano per “giungere a una pace e noi – avrebbe chiarito la premier – dobbiamo fare la nostra parte”.
Meloni ha deciso comunque di partecipare al summit dopo una lunga riflessione, a dimostrazione che ne avrebbe fatto eventualmente anche a meno. Ma su questo il Ministro Crosetto è stato chiaro: “non poteva non andare” ha risposto a precisa domanda di Porro su Rete 4. Non poteva non andare perché è uno dei più importanti leader europei, a capo di uno dei paesi più importanti dell’Unione. Anche secondo lei la scelta di inviare le truppe non è funzionale, è l’opzione “più complessa e meno efficace”. Soprattutto senza adeguate “garanzie di sicurezza” per Kiev, senza le quali qualunque negoziato rischierebbe, secondo la premier, di fallire. Meloni avrebbe esortato quindi a “esplorare altre strade” e soprattutto a coinvolgere gli Stati Uniti perché, il suo ragionamento “è nel contesto euro-atlantico che si fonda la sicurezza europea e americana”. Non solo.



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