“Ho ipotizzato di rapirla in macchina, di allontanarci insieme verso una località isolata così sarebbe stato possibile stare più tempo insieme e sarebbe stato più difficile trovarci, dopo inevitabilmente saremmo stati trovati. Poi aggredirla e togliere la vita a lei e poi a me…alla fine è per questo che ho cercato quei luoghi“. È quanto dichiarato da Filippo Turetta, imputato per l’omicidio di Giulia Cecchettin, sua ex fidanzata.
“Non lo so, forse l’ho colpita, può essere per questa… non mi ricordo se l’ho fatto o meno in quel momento, ricordo che avevo il coltello in mano e poi si è rotto il manico, forse l’ho colpita…“, ha aggiunto. In aula sono state mostrate le foto delle macchie di sangue lasciate sull’asfalto del parcheggio di Vigonovo (Padova), a 150 metri da casa Cecchettin dove avviene la prima aggressione.
Turetta spiega di aver costretto la ventiduenne a salire in auto e qui “devo essermi girato e – racconta – devo averla colpita anche in macchina. Lei si muoveva e volevo farla stare ferma, l’ho colpita ma non ricordo come… forse un colpo sulla coscia, poi non lo so. Non ricordo quante volte, almeno una volta l’ho colpita poi non so dire quanto e dove… non guardando bene, davo colpi a caso“.
Giulia Cecchettin ha provato a scappare nell’area industriale di Fossò (Venezia) prima di essere accoltellata a morte. “Non lo so in quel momento lì, non lo so… lei si opponeva, non sarei riuscito mai a riportarla dentro in macchina“. Un racconto che cozza con l’idea di rapimento che l’imputato racconta.
Effettuato l’omicidio di Giulia Cecchettin, Turetta è giunto al lago di Barcis (uno dei luoghi indicati nella ‘lista di preparazione’, ndr), poi il viaggio di Turetta continua in solitaria tra le montagne – dove fallisce il suo proposito di suicidio – fino in Germania, dove si arrende a una settimana dal delitto.


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