Opi Cosenza: “infermieri imboscati? No, è una mortificazione!”

Il presidente dell'Opi Cosenza, Sposato: "c’è bisogno di una ricognizione seria del personale"

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Imboscati è un termine che onestamente mortifica qualunque tipologia di lavoratore. Generalizzare non fa altro che porre tutto sullo stesso piano. Semmai c’è bisogno di una ricognizione seria del personale ed una eventuale ricollocazione per le competenze acquisite; noi su questo abbiamo detto la nostra più volte e non possiamo che esserne felici ma in questo momento c’è la necessità di dare risposte ai bisogni dei cittadini e soprattutto di reclutare personale sanitario. Sarebbe il caso di pensare una mobilità extra regionale per poter far rientrare tutti quei colleghi che non ce la fanno più a sostenere le spese per il caro vita nelle altre regioni e che vorrebbero tornare in Calabria. Utilizzare le graduatorie esistenti per dare ossigeno ai lavoratori“.

Fausto Sposato, presidente dell’Opi Cosenza, entra nel merito delle polemiche di questi giorni. E cerca di indicare la strada migliore. “Intanto dobbiamo dire che utilizzare il termine “imboscati” nella sanità non sembra appropriato perché nell’immaginario collettivo si pensa a qualcuno che non ha voglia di fare nulla. Non è esattamente così. Ad onor del vero, però, bisogna dire che molto personale sanitario è stato utilizzato in altre mansioni proprio per carenza di personale amministrativo ma che oggi, a distanza di tempo, è diventato indispensabile per quel servizio”, chiarisce Sposato.

“Semmai, per il presidente degli infermieri, “bisognerebbe chiedere alle aziende di cambiare o modificare il profilo a questo tipo di personale che svolge un lavoro diverso rispetto al profilo di assunzione”. Addirittura in categorie diverse che non appartengono, probabilmente, al ruolo sanitario. Perché succede questo? Per Fausto Sposato il motivo è evidente: “molti hanno delle limitazioni perché abbiamo una categoria di operatori sanitari anziani, soprattutto gli infermieri sopra i cinquantadue anni: questa è la media nazionale”.

“Per cui diventa normale il manifestarsi di alcune limitazioni”, ammette il presidente. Non tanto per difendere la categoria ma a “tutela di quegli operatori che hanno delle limitazioni reali”, per cui basterebbe “fare una ricognizione seria del personale e ricollocare cambiandone il profilo”. L’Opi è convinta che, laddove avvenisse, si scoprirebbe che “avremo meno bisogno di personale amministrativo, meno bisogno di personale tecnico ma più bisogno di personale sanitario, di infermieri, di medici, di tecnici sanitari e di operatori di supporto”.

Resta il gap di fondo: “quasi ottomila unità in meno di operatori nella sanità pubblica. Infermieri? Ne mancano più di tremila per poter garantire anche l’assistenza domiciliare e poter mettere in atto quanto previsto dal decreto ministeriale settantasette e dal PNRR per aprire gli ospedali di comunità ad esempio”. Anche perché il “personale è stanco, lo ribadiamo ancora una volta”, notifica il presidente dell’Ordine.

Stanco non solo per il carico di lavoro ma anche delle aggressioni che subiscono da pazienti e da parenti di pazienti. Ma anche di quei personaggi che si rivolgono agli ospedali e poi si scagliano contro, fomentati da chi vede negli operatori della Sanità pubblica gli unici responsabili di questo degrado. Gli infermieri sono stati sempre in prima linea. Gli infermieri continueranno ad essere in prima fila ma gli infermieri cercano risposte ancora oggi a quelli che sono i nuovi percorsi da attivare anche negli ospedali. Abbiamo infermieri che hanno capacità manageriali, che potrebbero gestire molti processi e fare in modo di recuperare altre figure professionali. Ci aspettiamo di essere convocati ai tavoli per poter dire anche la nostra”, è invece il suo auspicio.

Prima di tutto, ad ogni modo, “si metta ognuno al proprio posto, nel rispetto delle competenze acquisite che oggi sono un patrimonio anche per la stessa azienda. In ultimo ci piacerebbe che gli utenti che beneficiano delle competenze e delle prestazioni dei sanitari avessero maggiore rispetto di chi, in quel momento, sta cercando di dare risposte ai bisogni dei pazienti e sostegno alle moltitudine di richieste da parte dei parenti”.

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