Cari figli, che fine ha fatto l’empatia? Posiamo i cellulari e ricominciamo a fare i genitori

Viviamo nell’era dell’apparire e ci siamo dimenticati di quello che abbiamo dentro: spegniamo il cellulare e insegniamo i sentimenti ai più piccoli

“Si stava meglio quando si stava peggio”. Una frase comune, a volte superficiale, eppure quanta verità nasconde. E non parlo di evoluzione scientifica, di progressi tecnologici, di benessere sociale e di maggiori opportunità: sono conseguenze naturali dalla rivoluzione umana in atto. Da che mondo è mondo, infatti, l’umanità ha fatto progressi in tutti campi: se prima si andava a piedi, poi è stata inventata la ruota, quindi l’auto, gli aerei e, addirittura, le navicelle spaziali.

Se, prima, un uomo con lo scalpello si improvvisava dentista e la nonna si curava con i rimedi naturali, ora la medicina ha fatto passi da gigante e, ogni giorno, scopre qualcosa di nuovo. Se, prima, non si comunicava affatto, poi è arrivata la parola, quindi i segni che sono diventati testi, poi le lettere, i telegrammi, il telefono, fino allo smartphone.

L’uomo non è più “umano”

Abbiamo strumenti importanti tra le mani, ma se c’è una cosa in cui l’uomo non è stato bravo per nulla è nello sviluppo della propria umanità. Il che suona un paradosso bello e buono, perché sembra impossibile che un umano non sia, appunto, “umano”. Ma, a dispetto dell’evoluzione della specie darwiniana che parlava di selezione naturale, ovvero solo i più forti si sarebbero adattati ai mutamenti naturali, sembra che il 2024 sia fatto di deboli.

La debolezza umana, intesa come incapacità di “sentire l’altro”, ha prodotto uomini pieni fuori e vuoti dentro. La società moderna, ormai, si basa sul meccanismo che per sopravvivere sia necessario apparire: tutti possono andare avanti, basta mettersi in mostra. E, invece di guardarsi dentro e guardare chi ci sta accanto, guardiamo fuori nella speranza che quello sguardo, come una moneta di ricambio, possa appagare la nostra smania di essere visibili e vivi.

Tutto fumo e niente arrosto

In questo mondo dell’apparire, dove l’esposizione si basa sull’indice di gradimento di un pubblico “platonico”, ci siamo dimenticati di cosa significhi provare dei sentimenti, avere dei valori e, più in generale, ad empatizzare.  Abbiamo creato una società di mostri, dove la nascita, il matrimonio, la delusione d’amore e anche la morte diventano “materiale” per intrattenere gli altri. Siamo in contatto con tutti e con nessuno: basta avere uno smartphone in mano per arrivare in Nuova Zelanda ma non siamo in grado di scendere più sotto casa e scambiare 4 chiacchiere con la signora che sta di fronte.

Questo vuoto che cerchiamo di colmare, inutilmente, scrollando sui social e cercando di “provare” qualcosa, diventa sempre più grande e profondo e cadiamo nel baratro della solitudine, sperando che postare il nostro ultimo acquisto o la prima parola di nostro figlio possa aiutarci. Come in una commedia, siamo diventati i figuranti delle nostre stesse vite e laviamo i panni sporchi in pubblica piazza, pur di ricevere quel commento che possa magari concordare con noi e farci sentire capiti, o l’insulto che fa provare rabbia, a cui rispondiamo nella segreta speranza di intavolare una conversazione. Non importa che tu mi stia dando della stupida, l’importante è che interagiamo cosicché io mi possa sentire meno sola.

L’arte dell’imitare: i figli sono il prodotto di genitori “vuoti”

E intanto, mentre sgridiamo i nostri bambini perché non vogliono mangiare se non hanno il cellulare davanti, mentre promettevamo a noi stessi che la nostra prole sarebbe cresciuta con il gioco della campana e non dietro allo schermo di un iPhone, intanto inviamo un vocale alla nostra amica per sfogarci su quanto i piccoli non ci ascoltino. Su quanto siano viziati, su quanti capricci fanno e su quanto siano schizzinosi. Senza accorgerci, purtroppo, che loro non fanno altro che imitare quanto vedono, ovvero noi.

E se il bambino sente la mamma che si lamenta dell’amichetto che ha tirato i capelli al figlio, quest’ultimo si sentirà in diritto di odiarlo ma non per il gesto che ha subìto, piuttosto perché la mamma già lo odia. Se gli adulti lo fanno, allora sarà giusto: e così in loop, fino a crescere adolescenti saccenti e vuoti. Non possiamo pertanto addossare colpe ai soli ragazzi se si trovano poi a fare sfide stupide sui social, se aprono account in cui si espongono in cambio di denaro per comprarsi l’ultima felpa di Moschino.

Il diritto negato all’empatia

Una generazione di omologati, robot che sposano cause che in pochi conoscono solo perché fa figo, nonni morti nelle storie Instagram per creare compassione e, quindi, interazione. Poi, magari, quel nonno manco lo andavano a trovare e i genitori lo hanno trattato male perché ha lasciato più soldi al figlio 55enne che viveva ancora con lui. Tutti cattivi, tutti furbi, che generano persone cattive e furbe. Dov’è finita l’empatia, il rispetto, l’amore?

Non se ne parla mai abbastanza, ma dietro teenager che fanno i gradassi si nasconde una profonda depressione: fumano, bevono, hanno rapporti sessuali a 13 anni nella speranza, forse, di provare emozioni. Poi, dietro a quel cellulare acceso h24, passano da un social all’altro, comprano compulsivamente e si imbattono in challenge pericolose, sempre per colmare quel vuoto che provano dentro e non sanno spiegare.

Vuoto a perdere: la depressione tra i giovani

Perché, per quanto si parli di salute mentale ovunque, si pensa che basti una storia su Instragram di una mental coach che ha fatto un corso online di 3 ore per stare meglio. Ma così non è: e sprofondano in un circuito interrotto, fino a sfidare se stessi e la propria vita. O, nel peggiore dei casi, a rovinare quella degli altri. Perché quell’impotenza che sentono dentro deve pur uscire fuori e si sfogano su chi li circonda, urlando contro quei genitori assenti, litigando con gli amici, facendo del male agli estranei.

Gioventù bruciata, in tutti i sensi. E poi, quando succedono i guai, quando il ragazzino purtroppo si toglie la vita o la toglie a qualcun altro, ecco che arriva la parte più orrenda: “era un così bravo ragazzo, non ha mai dato problemi”, “era una ragazzina molto dolce, forse un po’ chiusa, ma mai aveva dato alcun segnale”. E’ vero, a volte non ci sono avvisaglie di malesseri così terribili, ma una generazione che è cresciuta a tofu e smartphone non può chiedere aiuto perché non sa farlo. Può chiedere un’auto elettrica, una sigaretta elettronica, i soldi per farsi le unghie e le extension, ma non sanno chiedere amore.

L’amore, per loro, è un bene che si riceve come la 50 euro prima di uscire il sabato sera, è una foto sui social con un cuore e, in sottofondo, la canzone di un trapper. E poi ci ritroveremo, sempre su quello stesso social a ricordare la 16enne che si è tolta la vita postando la sua foto con un vestito davvero troppo corto e la scritta “ciao angelo mio”. E, forse, in quel caso potrebbe pure venire un minimo di rimorso. Ma basta poi cercare un aforisma da inserire nella prossima storia e tutto svanisce, e tutto ricomincia.