Clan degli zingari: se Catanzaro apre gli occhi, Reggio li chiude

Il giornalista e giurista Francesco Ventura torna a parlare del racket degli alloggi popolari a Reggio Calabria

L’esistenza di clan rom affiliati alle cosche di ndrangheta è ormai cosa nota. Qualche mese fa, in un’intervista trasmessa su Rai1 a seguito di un blitz a Catanzaro, è stato lo stesso Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri a rendere pubblica la notizia che dalle intercettazioni svolte durante le indagini siano emersi anche dei riti di affiliazione. Una escalation che ha portato quella che un tempo era della semplice manovalanza, a rendersi un interlocutore paritario con le cosche, il tutto guadagnandosi nel volgere di un decennio la promozione sul campo attraverso un crescendo di reati: spaccio, estorsioni, fino a giungere a degli omicidi. E se Catanzaro piange, Reggio che fa? Nulla.

Si tende ad ignorare la questione, si preferisce scegliere di non sapere, minimizzare, talvolta attaccare ed ostracizzare chi su questi argomenti si è esposto e da anni ha preso una posizione. Eppure qui a Reggio per raccapezzarsi basterebbe iniziare a dipanare la matassa del racket degli alloggi popolari. Che le cosche rom siano lì lo mettono a verbale pure i consiglieri comunali“.

Così dichiara in una nota stampa il giornalista Francesco Ventura, giurista laureatosi con una tesi sperimentale sull’edilizia residenziale pubblica del Comune di Reggio Calabria, nonché vittima di estorsione riconosciuta con sentenza di condanna in primo grado, per una vicenda legata proprio ad un alloggio popolare nel Rione Marconi e coinvolgente ambienti della locale comunità rom.

Le cosiddette “cosche degli zingari” esistono pure nel reggino ed anche i collaboratori di giustizia ne parlano, come emerso in udienze del processo “Epicentro”, con tanto di verbali pubblicati lo scorso luglio sui giornali – prosegue Ventura – Vorrei ricordare che nel 2016 col mio saggio “Ndrangheta Foederati” ho descritto tali dinamiche ben prima di queste importanti rivelazioni, il tutto basandomi su informazioni ed elaborando dati di pubblico dominio, le cosiddette fonti aperte. Ho affrontato la questione anche in alcune commissioni consiliari del Comune di Reggio, il quale, al pari di una certa parte della società civile reggina, pur sapendo non intende agire, per mancanza di capacità o peggio ancora di volontà.

Dopotutto, se la scelta dovesse essere tra degli incapaci o dei complici, preferisco sperare di avere a che fare coi primi anziché coi secondi, perché un incompetente può comunque impegnarsi e migliorare. Reggio ha un problema (l’ennesimo purtroppo) e sembra faticare a prendere coscienza. Una delle poche cose che allo stato attuale sento di poter fare è quantomeno sensibilizzare l’opinione pubblica“.