Che la trentennale latitanza di Matteo Messina Denaro non sia solo stata coperta dai prestanome e dai fiancheggiatori ormai noti è un fatto certo. Ci deve essere, per forza di cose, una “fascia riservata” ancora da individuare. Si tratta di qualcuno che ha avuto una parte di grande importanza nella protezione del boss. Di questo è convinto il colonnello Gianluca Valerio, vice comandante del Ros dei carabinieri.
L’ufficiale dell’Arma ha guidato le indagini culminate il 16 gennaio con la cattura dell’ultimo padrino di Cosa nostra. Valerio è intervenuto alla giornata del ricordo della Strage di Capaci, in commemorazione di Giovanni Falcone. Ha ricostruito i momenti cruciali dell’inchiesta.
Fondamentale, secondo il colonnello, il ritrovamento in casa della sorella di Messina Denaro, Rosalia, del “pizzino” con le informazioni sullo stato di salute del fratello. Quella traccia ha fatto risalire agli investigatori “all’ultimo passo“, ovvero riuscire a far scattare le manette ai polsi del boss, mentre si recava in una clinica oncologica. L’indagine, assicura Valerio, non è finita qui. Ora si punta proprio a quella “fascia di riservatezza” nella quale si muovono imprenditori, funzionari, uomini delle istituzioni. E non sono, ovviamente, mafiosi in senso classico. Si tratta dei cosiddetti colletti bianchi, su cui i mafiosi contano ormai da anni.


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