Il richiamo del Sud. Anche per uno come lui, bergamasco di nascita, che… “noi bergamaschi abbiamo un gran cuore ma abbiamo bisogno di tempo per aprirci”. Ma Simone Colombi è stato a Castellammare, Cagliari, Palermo. Ora Reggio Calabria. Aspettava un’avventura così, stimolante, calda, passionale, per “uscire dalla zona di comfort”. E’ lo stesso portiere della Reggina ad ammetterlo in un’intervista esclusiva concessa a StrettoWeb in cui parla del suo impatto (e rapporto) con Reggio, del derby vinto sabato e non solo.
Partiamo dalla fine. Reggina-Cosenza 3-0, pomeriggio da sogno. Che emozioni hai vissuto dal tuo punto di vista, con un Granillo che non era così pieno da 3 anni?
“Per noi è stato un pomeriggio indimenticabile. La partita ma anche il contorno è stato bello. Da quando sono qui si respira tanto entusiasmo, non solo al Granillo ma in generale anche in città. Gli oltre 15 mila di sabato sono motivo di orgoglio e responsabilità, ma di una responsabilità bella. E’ tutto gratificante, significa che stiamo facendo bene”.
Reggina capolista. Lo avresti mai pensato in estate? Sei arrivato a metà luglio, con una società nuova e piena di entusiasmo, ma anche con qualche incertezza su preparazione e non solo.
“Sì, quando sono arrivato c’era un po’ di incertezza, perché c’era stato il cambio di società 15 giorni prima, ma solo quello. Poi sin da subito si respirava professionalità, voglia di far bene. E infatti questo primo posto non è figlio del caso. Stiamo lavorando tanto e bene. Dall’inizio lo dico: avere un allenatore e uno staff che conoscono la categoria, aiuta. Poi la squadra è composta da profili importanti: giocatori d’esperienza e giovani bravi, e per giovani bravi non intendo che sappiano fare gol, ma che si siano subito messi a disposizione della squadra, che abbiano sin da subito fatto capire di avere la voglia di imparare e soffrire nei momenti di difficoltà. Ci sono tante componenti interessanti”.
Una battuta è d’obbligo, ma sicuramente ti farà piacere: non ti stai annoiando in porta? Non ti arriva una palla…
“No, ti assicuro che non mi annoio (ride, ndr). Se subiamo poco è perché c’è un’ottima organizzazione di squadra, perché c’è gente forte anche davanti, e questo significa avere più possibilità di vincere. E poi lasciami dire che la figura del portiere non è legata solo alla parata. Parare è fondamentale, sì, ma in questo ruolo bisogna comunque essere sempre presenti, di richiamo al compagno, giocare coi piedi”.
Nell’azione del gol di Rivas, infatti, tutti e 11 toccate il pallone uscendo benissimo dal basso ed eludendo la pressione avversaria…
“Questo è legato all’organizzazione di cui ti parlavo. Mister Inzaghi quando è arrivato ci ha insegnato questo. A provare, ad avere l’idea di quel calcio lì, di quel modo di giocare. Non si può fare sempre, è chiaro, ma se ci provi ogni tanto, poi magari arriva, come è successo. Il mister è bravo in questo, anche a leggere i momenti. Mi spiego meglio: se c’è da tirare la palla in tribuna in alcuni momenti di alcune partite, non ci tiriamo di certo indietro…”
Passo indietro a questa estate. Luglio. Ti chiama la Reggina. Tentenni? Accetti subito? Cosa pensi?
“Sono sincero: quando ho saputo che sarei andato via da Parma, avevo voglia di intraprendere un cammino proprio come quello della Reggina, in una piazza del Sud. Prima della Reggina avevo parlato con mia moglie, con la famiglia. Gli avevo detto: ‘sono arrivato in un momento di vita e di carriera in cui voglio uscire un po’ dalla zona di comfort. A Parma sono stato bene, nonostante abbia giocato poco, ma ho voglia di rimettermi in gioco’. E non c’entra il fatto di essere titolare o secondo, perché qui Inzaghi è stato chiaro: ‘nessuno ti promette che vieni qua a giocare’. E in tutta la carriera nessuno l’ha mai promesso. La mia voglia è di mettermi in gioco in una piazza importante e calda come questa. Proprio per tale motivo, tentennamenti non ne ho avuti, anzi, sono sempre stato deciso a voler venire qui e ora sono molto contento della scelta”.
Proprio a proposito di primo e secondo, non so se ti hanno detto che qui l’anno scorso mister Stellone alternava – roba insolita per i portieri – Micai e Turati, due potenziali titolari. Un po’ come te e Ravaglia. Come si vive questa situazione?
“E’ soggettiva, ognuno la vive in modo diverso. Io stesso dieci anni fa l’avrei vissuta diversa da come la vivo ora. Non so come può reagire Ravaglia, ma con lui c’è un ottimo rapporto, lavoriamo bene insieme, siamo anche compagni di camera in ritiro. E’ chiaro: c’è una sana rivalità, è normale che entrambi vogliamo giocare, ma è meglio così, per tenere alto il livello dell’allenamento. Anche adesso nessuno mi sta dicendo che sono il titolare. E io mi alleno come sempre”.
E Colombi fuori dal campo? Anche a te piacciono le passeggiate come al mister? Tu sei nato a Bergamo, ma qualche esperienza vicino al mare l’hai avuta. E adesso?
“Mi sto trovando molto bene. Noi bergamaschi siamo di gran cuore ma molto chiusi, per aprirci abbiamo bisogno di un po’ di tempo. Pensa ai casi della vita: in Calabria non c’ero mai stato se non lo scorso giugno la prima volta per un matrimonio (un mese prima dell’approdo alla Reggina, ndr). Qui ho percepito il calore del Sud, la sua amabilità, la sua empatia, situazioni che qui si creano in un modo più veloce. Questo mi piace, si sta bene in città, e quando la vita fuori dal campo va bene, quella in campo è una conseguenza. Sono contento per me e per la famiglia, anche per la bambina con la scuola”.
Il Parma l’anno scorso doveva ammazzare il campionato e non l’ha fatto. La Reggina quest’anno è partita con l’obiettivo salvezza ma è prima al momento. Secondo te che differenze ci sono, tu che hai vissuto entrambe le esperienze dall’interno? E’ proprio vero che la mentalità fa la differenza? Calarsi nella realtà della B da subito non è semplice, forse il Parma ha pagato questo. Mentre quest’anno c’è mister Inzaghi che la B la conosce molto bene.
“A Parma l’anno scorso nel nostro gruppo c’erano tanti stranieri giovani e qualche giocatore italiano un po’ più esperto che la B l’aveva fatta poco. Buffon ha dato tanto, sta dando tanto ancora, perché è una personalità importante, ma da solo non può fare miracoli quando in un gruppo di 30 persone sono stati solo in 5-6 ad aver fatto la B. Quindi, quando scendi dalla A e la situazione è quella, è più difficile, e noi abbiamo fatto un campionato anonimo, distanti dai playoff. Invece, avere un allenatore come Inzaghi, che sin dall’inizio ti trasmette quello che è il campionato di B, è fondamentale. Così come è importante avere gente che conosce il campionato. Non due o tre, ma tanti, perché sanno come affrontare ogni situazione, in quanto l’hanno già affrontata”.


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