Ponte sullo Stretto: l’Italia è in ritardo di oltre 30 anni

Era il 1984 quando uno degli scopi chiave del Piano Generale dei Trasporti doveva prevedere il “trasferimento su ferrovia di una quota rilevante di merci che venivano trasportate sulla rete stradale”: senza il Ponte sullo Stretto di Messina questo obiettivo non sarà mai raggiungibile

“L’Europa vuole più merci ma senza il Ponte resta un sogno”. Titola così l’editoriale odierno del giornalista Ercole Incalza, pubblicato sul Quotidiano del Sud, che analizza il Piano industriale italiano annunciato da Giampiero Strisciuglio, Amministratore Delegato della Società capofila del Polo Logistica del Gruppo Ferrovie dello Stato. L’obiettivo è appunto quello di raddoppiare il volume di merce su ferrovia nei prossimi dieci anni. Una storia lunga decenni che, ancora oggi, non ha trovato una reale applicazione in termini di investimenti, almeno per Sicilia e Calabria: era già il 1984, ricorda l’Ingegnere Incalza, quando il Premio Nobel Vassily Leontief decise che uno degli scopi chiave del Piano Generale dei Trasporti dell’epoca doveva prevedere il “trasferimento su ferrovia di una quota rilevante di merci che venivano trasportate sulla rete stradale”.

Gli esperti preposti alla redazione del Piano in quel periodo spiegarono che raggiungere tale traguarda era necessario coinvolgere l’intero sistema comunitario e per questo decisero di proporre al Parlamento europeo la redazione di un master plan dell’intero sistema trasportistico della Unione Europea. Incalza spiega: “l’allora Ministro dei Trasporti Claudio Signorile, nel semestre di Presidenza italiana della Unione Europea, avanzò tale proposta e nel 1986 il master plan, ripeto prodotto dagli esperti dal Piano Generale dei Trasporti italiano, fu approvato dal Parlamento europeo. Ebbene, in quel documento compariva come obiettivo primario proprio l’aumento sostanziale del trasporto delle merci su ferrovia ed in particolare, si precisava nel master plan, un simile obiettivo era possibile solo attraverso un coinvolgimento dell’intero assetto comunitario ed extra comunitario”.

Nonostante le idee fossero chiare ed anche l’Unione Europea si dimostrò in sintonia con il Piano italiano, nella realtà il Mezzogiorno, “o meglio due Regioni del Sud”, sottolinea Ercole Incalza, continuano ancora oggi ad essere prive di una offerta modale di trasporto come quella ferroviaria. Il problema? E’ sempre il solito: la mancanza di una visione d’insieme: “sarà bene che il Gruppo FS ed in particolare l’Amministratore Delegato Strisciuglio denuncino questo incomprensibile atteggiamento di due ormai ex Ministri delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili come Paola De Micheli ed Enrico Giovannini che hanno preferito continuare a rinviare nel tempo una esigenza chiave della economia siciliana e dell’intero Mezzogiorno”.

Il giornalista ricorda che la scelta obbligata di dover utilizzare solo la modalità stradale produce un danno rilevante per la Sicilia, la Calabria, quindi per tutta l’Italia. Questo ripercuote “in termini di aggregazione delle merci, in termini di ottimizzazione delle aree di stoccaggio e spedizione delle merci, in termini di scelta degli itinerari lunghi per raggiungere aree di mercato lontane”. L’assenza di un collegamento stabile tra Messina e Reggio Calabria, produce un danno di oltre 6 miliardi di euro nella formazione del PIL della Sicilia (lo ha dimostrato uno studio pubblicato dalla Regione a firma di Gaetano Armao, Vicepresidente uscente ed Assessore all’economia della Regione Siciliana) e tra le cause principali c’è proprio la assenza di una offerta ferroviaria che consentisse collegamenti sistematici ed efficienti con il continente, cioè con la Europa.

Non realizzare davvero il collegamento stabile sullo Stretto di Messina, ribadisce quindi l’Ing. Ercole Incalza, non permette alla Regione Sicilia, alla Regione Calabria e all’intero Mezzogiorno di disporre di una rete ferroviaria efficiente, efficace e in grado di trasportare le merci, provocando un grave danno all’erario. Il Governo di Centrodestra avrà l’arduo compito di concretizzare le idee espresse in campagna elettorale e mettere in piedi quella grande visione di un sistema logistico a cui l’Italia avrebbe già dovuto adattarsi da almeno 30 anni. Gli assetti commerciali e gli accordi geopolitici sono ovviamente cambiati nel corso dei decenni: oggi i maggiori traffici di merci arrivano dall’Africa e dall’Asia (attraverso il Canale di Suez), la Sicilia sarebbe la piattaforma naturale dell’Europa sul Mediterraneo, è il momento di sfruttare le potenzialità di questa perfetta posizione geografica.