“Troppa Reggina o poco Cittadella?”. E’ la prima domanda che abbiamo posto a mister Gorini al termine del 3-0 amaranto ai veneti. “Mai stati in partita”, risposta secca dell’allenatore ospite. Ma è realmente così? Punti di vista, probabilmente, anzi sicuramente. Per chi come il tecnico granata è abituato a vedere una squadra, la sua, sempre sul pezzo fino al 90°, con pochi cali di concentrazione, collaudata, solida, la prova del Granillo ha rappresentato un passo indietro. Dunque, “mai stati in partita”. Il problema è che la Reggina in casa ha segnato 10 reti in tre gare, non ha subito alcun gol, approccia perfettamente, va in vantaggio subito, gestisce e poi chiude il risultato nella ripresa. E’ già successo tre volte, inizia a non diventare più un caso e forse è il momento di pensare che non sono le altre a non essere in partita, ma la Reggina ad essere superiore.
Sì, questo lo si può dire. Se giocatori, tecnico e società vogliono giustamente nascondersi sugli obiettivi, anche perché siamo alla sesta giornata, il campo dice però senza timori di smentita che la Reggina è ad oggi la squadra più forte. E’ la più “squadra”, è quella che gioca meglio, è quella che azzanna le partite dall’inizio, che sa quando è il momento di alzare i ritmi, quando di abbassarli, quando è il momento di cambiare. E’ quella che in sei partite non si è mai disunita né allungata, rimanendo sempre stretta e compatta, facendo densità in mezzo, con le mezz’ali a fare da collante e poi a buttarsi dentro. Insomma, sono passate sei gare ma ripetiamo sempre le stesse cose ogni settimana.
La gara contro il Cittadella è l’esatta fotocopia di quella col Palermo, non solo nel risultato. Partenza aggressiva, vantaggio in avvio su piazzato, seconda parte di primo tempo di gestione, 2-0 ad inizio ripresa e poi tris per chiuderla. Eppure anche il Palermo, così come il Cittadella, lamentò di una squadra che non aveva interpretato bene la gara. Peccato che però una settimana dopo è andata a vincere contro il Genoa. E lo stesso ha fatto la Spal dopo quella sconfitta bruciante in casa e lo stesso ha fatto il Sudtirol dopo il poker del Granillo. Si dovrebbe iniziare a pensare che non solo le squadre avversarie a interpretare male la gara, ma il contrario. Provano a preparare la gara in un certo modo, ma l’atteggiamento della Reggina le tramortisce e indirizza il match su come vogliono gli amaranto, che intorno all’ora di gioco hanno poi la possibilità di variare e inserire forze fresche, anche con esperimenti sul modulo se necessario (Inzaghi si è messo a 3 in difesa nel finale di sabato).
Presto per fare paragoni ma, nella speranza che l’esito sia lo stesso, questa squadra ricorda molto quella di Toscano in C tre anni fa. Non nel modulo o negli uomini (totalmente diversi, visto che si giocava a 3 dietro e con due centravanti, invece questa gioca a 4 e senza attaccanti di ruolo), ma nell’atteggiamento. Quando la partita iniziava, si era praticamente sicuri di partire con un gol di vantaggio, quello dell’1-0, che puntualmente arrivava nel giro di massimo mezz’ora. E questo almeno per tutto il girone d’andata, a dispetto di un ritorno (a metà, per via del Covid) più “saggio”, in cui la squadra sapeva aspettare, anche soffrire, e poi comunque azzannare e portare a casa il risultato. E anche in quel caso la consistenza dell’avversario era relativa, visto che atteggiamento e risultato erano gli stessi a prescindere. Ebbene, questa Reggina inizia a ricalcare quei valori, quelle caratteristiche. Pronti-via e si sa già di andare sull’1-0, con una sicurezza e una consapevolezza che è quella che poi sta permettendo alla squadra di crescere e di aumentare l’autostima utile a proseguire nel cammino, accompagnato dal lavoro, dalla determinazione e dall’ambizione di un allenatore, Pippo Inzaghi, che, lo ripetiamo, è un valore aggiunto.
Ulteriori indicazioni, in un senso o nell’altro, avremo modo di notarle col passare delle settimane, quando gli amaranto affronteranno il Parma, il Cagliari, il Genoa, il Frosinone, il Benevento, il Brescia. Tutte vicine, quasi tutte in una volta. E magari anche Pecchia, Blessin, Liverani o Grosso, a fine partita, saranno costretti ad affermare che la propria squadra “non è mai stata in partita”. Succederà? Inzaghi lo spera.


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