“Il sindaco f.f. Brunetti sta facendo circolare sui media il messaggio che per il Lido Comunale, ci sarebbe “Interesse di imprenditori stranieri“. Aggiungendo in maniera assolutamente inopportuna “ci siamo stancati di spendere soldi pubblici per mettere in sicurezza il lido e non poterlo rendere fruibile”. Giustifica queste sue parole sostenendo: “ho ricevuto numerose proposte di partenariato pubblico privato, avrebbero intenzione di effettuare seri investimenti per valorizzare il Lido. Le loro sono richieste di notizie anche sui vincoli esistenti, e appena avremo un quadro completo delle proposte svolgeremo un dibattito in Consiglio comunale per decidere le linee guida di un eventuale bando pubblico”.
Ma ha anche puntualizzato (smentendo quanto affermato in precedenza!) come quest’anno l’Amministrazione comunale non avrebbe speso nemmeno “un centesimo” per il Lido Comunale, perché della manutenzione ordinaria, per garantire la sicurezza, si occuperà Castore. A parte ogni altra considerazione basterebbe ricordare al sindaco f.f. che Castore anche se società “in house” del Comune comunque “costa” sul bilancio comunale e certamente per qualcosa in più di ”un centesimo”.
Pertanto dopo questo doveroso appunto contabile, Maria Idone, responsabile del dipartimento provinciale rapporti con il commercio di Fratelli d’Italia, ritiene opportuno rammentare al sindaco f.f. Brunetti, quelle che sono state le vicende che hanno portato ad avere questo che per lui e per la (sgangherata!) maggioranza che guida rappresenta solo un “gravame”.
Ma questo stabilimento balneare, è stato costruito negli anni Venti, insieme alla ricostruzione post terremoto della città. L’intera struttura si sviluppa su una superficie complessiva di circa 28.500 metri quadrati, ubicata sull’arenile di proprietà del demanio marittimo e da questo concessa all’amministrazione Comunale della Città. Fu l’Ammiraglio Giuseppe Genoese Zerbi, all’epoca sindaco di Reggio Calabria, che si adoperò affinché nella zona della spiaggia dei Giunchi, a ridosso di quello che rimaneva del “Baglio Monsolini” sorgesse un moderno lido, sul modello di quello a lui molto caro del “lido di Venezia”.
Fu il primo nel sud Italia, diventando un attrattore. Per almeno mezzo secolo fu centro di manifestazioni artistiche, sportive, culturali muovendo interessi economici e commerciali di non poca importanza per la Città. Lo stabilimento conserverà la sua fisionomia con le “baracchette” in legno dipinte a righe oblique in bianco ed amaranto. Ciascuna costituita da un piccolo ambiente quadrato con copertura a due falde ed una caratteristica “veranda” coperta nella parte antistante (che sostituiva l’ombrellone allora non considerato).
Fino al 1962 il “LIDO” fu questo, insieme al Bar Ferrara (dove per un “fortunato” incidente nacque il gelato detto “crema reggina” – un “fortunato” errore equiparabile a quello del colore viola per i tintori di Firenze) e la rotonda (un edificio circolare ad un piano, su piloty, costruito in cemento armato per metà all’interno del mare e per l’altra metà sul bagnasciuga).
Dopo di che l’amministrazione comunale di Reggio si rese conto della necessità per la città di avere un nuovo complesso balneare per assolvere alle richieste provenienti da un’utenza sempre più vasta e dall’esigenza di dover rispettare il principio di istituzione sociale con il quale nasceva e veniva gestita la struttura. I lavori per il nuovo Lido cominciarono nel 1968 e con alterne vicende si trascineranno per qualche decennio. Nel 1974 accoglierà un’ edizione di Miss Italia, per volere del patron Enzo Mirigliani, in quanto la città era da poco uscita dalle tensioni dovute ai “moti di Reggio”, e questo evento contribuirà a rappresentare una sorta di rinascita per Reggio e i suoi operatori.
Oggi il nuovo lido comunale, si presenta come un’enorme organismo edilizio in cemento armato, che al suo interno comprende ben 789 cabine disposte su due piani ed un enorme piazzale pedonale soprelevato. Al centro del complesso sorge la cosiddetta “Torre Nervi”, edificio poligonale a tre piani che ospita una discoteca, ristoranti, bar, ecc. La struttura inoltre consta di altri locali al chiuso posti ai vari livelli adibiti a palestre e a negozi, di una piscina per bambini e di una discoteca all’aperto. Lo spazio tra le cabine e la spiaggia è stato attrezzato con alberi, palme, vialetti, fontane, aree gioco. Questo Lido Comunale è, e rimane, uno dei misteri della città. Sembrava dover essere pronto a rinascere a nuova vita, sfruttando un finanziamento di 2.800.000,00 euro di Fondi Europei.
Ma poi tutto svanisce cancellando ogni speranza di far rivivere i fasti di un tempo ormai andato.
Infatti questa attuale Amministrazione Comunale, oltre al resto, non aveva fatto i conti neppure con quei “vincoli” che sarebbe chiamata essa stessa a comunicare agli utenti. Per cui la Soprintendenza, ancora una volta, ha fatto scendere la propria ”mannaia” su un’opera pubblica imponendo il vincolo a salvaguardia delle pur “traballanti” cabine segnate più dall’uso improprio degli assegnatari, che dagli insulti degli agenti atmosferici e dalla pessima qualità costruttiva. Ciò è avvenuto quindi non dettato da un dimostrato valore artistico-architettonico, molto difficilmente individuabile in quella “barriera architettonica” costituita a totale (ed a questo punto imperituro) impedimento alla vista dello specchio di mare antistante e di quel panorama dello Stretto che si staglia oltre, per chi si affaccia da quel tratto del lungomare.
Tale vincolo però, non è stato né valutato preventivamente, né saggiamente gestito dall’Amministrazione comunque non risulterebbe essere né l’unico né il più rilevante. Infatti, questa “inconsapevole” Amministrazione dovrebbe fare i conti sia con i vincoli nascenti per le concessioni demaniali marittime per strutture fisse permanenti (procedura di incameramento effettuata?), sia per i contenuti della originaria concessione a suo tempo fatta al Comune di Reggio giustificata da specifiche finalità sociali, sia ancora per i vincoli nascenti proprio dall’impianto statutario che ha fatto nascere quello stabilimento balneare a gestione diretta dell’amministrazione pubblica.
A tutto ciò si deve aggiungere la proverbiale e reiterata “impreparazione” degli uffici preposti alla gestione del demanio marittimo che anche in questo caso traspare dietro le affermazioni del sindaco f.f.. Si intuisce la assoluta disconoscenza egli sviluppi avuti dalla normativa in merito alla applicazione della c.d. direttiva Bolkestein. Purtroppo anche a livello nazionale, solo il partito di Fratelli d’Italia ha seguito e contrastato l’iter parlamentare di applicazione di tale direttiva anche dopo e contro le improvvide sentenze Ad. Plen. 17 e 18 del 2021 del Consiglio di Stato.
Senza entrare in particolari tecnicismi è comunque opportuno ricordare che lo Stato Italiano, a seguito della direttiva Bolkestein, si è limitato ad approvare norme (tra cui il D.L. 194/2009, convertito con Legge 26/2/2010 n.25) recanti recepimento solo formale della stessa direttiva e dichiarazioni di massima sostanzialmente ripetitive dei principi generali espressi dall’atto unionale, rinviando – per la concreta disciplina di attuazione – ad ulteriori atti normativi invece mai intervenuti. In definitiva, la normativa di secondo livello non è quindi mai intervenuta e, per contro, ciò ha determinato che il termine di proroga delle Concessioni in essere:
originariamente rimanesse fissato al 31/12/2015;
quindi sia stato differito dapprima al 31/12/2020;
e, successivamente, al 31/12/2033 (Legge 145/2018).
Il tutto in assenza di una effettiva legge di attuazione della “direttiva” e di una regolazione della materia con norme vincolanti ed efficaci sull’intero territorio nazionale. Questo stato di cose ha di fatto trasferito la competenza ai singoli dirigenti comunali che hanno operato in uno stato di caos e di assoluta incertezza del diritto, con gravi ricadute negative non solo sull’economia dell’intero settore (che rimane essere un settore strategico per l’economia del settore turistico) ma anche su quella della Pubblica Amministrazione.
Ma è necessario che chi amministra si documenti e conosca i contenuti della norma. A proposito della direttiva 2006/123/CE (c.d. direttiva Bolkestein) sarebbe già sufficiente che si leggesse l’articolo 12 che prevede:
“1. qualora il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato per via della scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche utilizzabili, gli Stati membri applicano una procedura di selezione tra i candidati potenziali, che presenti garanzie di imparzialità e di trasparenza e preveda, in particolare, un’adeguata pubblicità dell’avvio della procedura e del suo svolgimento e completamento.
2. nei casi di cui al paragrafo 1 l’autorizzazione è rilasciata per una durata limitata adeguata e non può prevedere la procedura di rinnovo automatico, né accordare altri vantaggi al prestatore uscente o a persone che con tale prestatore abbiano particolari legami.
3. fatti salvi il paragrafo 1 e gli articoli 9 e 10, gli Stati membri possono tener conto nello stabilire le regole della procedura di selezione, di considerazioni di salute pubblica, di obiettivi di politica sociale, della salute e della sicurezza dei lavoratori dipendenti ed autonomi, della protezione dell’ambiente della salvaguardia del patrimonio culturale e di altri motivi di interesse generale conformi al diritto.”
A supporto e conferma di tutto ciò, l’articolo 49 del TFUE nel fare espresso divieto a tutti gli stati membri di prevedere restrizioni o limitazioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di altro stato dell’Unione, ai quali deve quindi essere garantito “l’ accesso alle attività autonome e al loro esercizio, nonché la costituzione e la gestione di imprese e in particolare di società ai sensi dell’articolo 54, secondo comma”, allo stesso tempo chiarisce che ciò deve avvenire “alle condizioni definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini …”.
Quindi il maggiore “vincolo” con cui il sindaco f.f. e l’Amministrazione Comunale devono confrontarsi è proprio la qualificazione della certezza del diritto, come limite ostativo all’interpretazione conforme, che comporta, di conseguenza, l’applicazione della legge nazionale, con conseguente corretto inquadramento del caso specifico della concessione demaniale marittima al Comune di Reggio Calabria per la realizzazione di strutture stabili permanenti.
La specifica condizione della struttura la preserva da qualsivoglia applicazione dell’effetto della mera esclusione del concessionario per consentire che la concessione sia messa a bando.
La struttura non ha i presupposti di base per essere considerata tra quelle che (eventualmente dal 31/12/2023) dovrebbe essere messa a bando per la rassegnazione sempre che entro quella data lo Stato abbia prodotto una legge idonea a definire i contenuti e le modalità per consentire la effettuazione dei bandi e la loro legittima assegnazione.
Non potrà e non dovrà avvenire alcuna svendita a imprenditori stranieri del “Lido Comunale di Reggio”. L’Amministrazione comunale dovrebbe solo preoccuparsi di fare in modo che il “Lido” possa tornare ad essere il fiore all’occhiello di una Città attiva.
Nessun amministratore attento dovrebbe avere remore o incertezze sulla ricchezza che la struttura stessa può portare al commercio e più in generale all’economia della città di Reggio Calabria. Come responsabile provinciale del dipartimento rapporti con il commercio del coordinamento provinciale di Fratelli d’Italia, chiedo, in conclusione, al sindaco f.f. di rivedere le sue affermazioni riguardo alla vicenda, avendo cura di chiarire che non si potrà prendere in considerazione alcuna richiesta che non risponda ai criteri fondanti della originaria concessione. Nell’auspicio che il Lido Comunale ritorni ad essere un generatore di sviluppo per i settori del commercio e turismo della città metropolitana e dell’intera area dello Stretto”. È quanto affermato in un comunicato inviato alla stampa da Maria Idone, responsabile del dipartimento provinciale rapporti con il commercio di Fratelli d’Italia.


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