Con che coraggio si parla oggi di festa dei lavoratori?

Non è la festa dei lavoratori, oggi. E il silenzio sarebbe forse la migliore soluzione, quantomeno. Se poi vogliamo festeggiare, liberi di farlo. Almeno quello ancora ci è concesso, ma magari inventiamoci un'altra festa...

A livello locale, regionale, nazionale, tanti politici tra ieri e oggi hanno espresso un pensiero sulla giornata odierna, 1 maggio, festa dei lavoratori. C’è stato addirittura qualcuno che ha anche augurato “buon primo maggio a tutti”. Ma a tutti chi? Con che coraggio lo si fa? A prescindere dai politici, ma più in generale, con che coraggio si parla oggi di festa dei lavoratori? Senza scadere nella solita retorica che ci invade puntualmente oggi ogni anno – “in Italia non c’è lavoro” e queste boiate qua (ripetute a pappagallo senza una logica) – in questo 2022 c’è davvero ben poco da festeggiare. Anzi, l’1 maggio in qualità di festa dei lavoratori non si deve proprio nominare. E per uno strano scherzo del destino quest’anno capita anche di domenica, il giorno settimanale di riposo per eccellenza.

Ma come si fa, dicevamo, a parlare di festa dei lavoratori? Come fanno a parlarne i nostri politici, ad ogni latitudine, dopo che l’analisi di Eurostat sul 2021 ha messo in evidenza la triste classifica dell’occupazione in Europa, con 4 delle ultime 5 Regioni europee per tasso d’occupazione che si trovano in Italia, tutte al Sud. Come fanno a parlarne dopo che l’Inail ha denunciato negli ultimi tre mesi quasi 200 mila infortuni sul lavoro, con un aumento del 50,09% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E non solo. Negli ultimi tre mesi ha denunciato anche 189 morti sul lavoro e sono in aumento anche le patologie di origine professionale. Come fanno a parlarne dopo che per due anni, a causa di incapacità, capricci, dispetti, hanno affossato centinaia di aziende medio-piccole, le hanno fatte chiudere e riaprire come fossero bottigliette d’acqua, poi le hanno fatto aprire fino alle 18, poi fino alle 21, poi chiuse di nuovo, poi riaperte a orari alterni, poi aperte definitivamente ma con bollette elettriche che hanno superato il doppio rispetto ai mesi precedenti. Come fanno a parlarne dopo gli aiuti miseri, spiccioli, “offerti” durante le restrizioni e spacciati per ristori salvifici. Come fanno a parlarne dopo che hanno costretto migliaia di lavoratori a rimanere a casa, con lo stipendio sospeso, solo perché hanno deciso volontariamente di non sottoporsi a una pratica sanitaria che non era affatto obbligatoria. E che poi, dopo mesi di “fame”, li hanno “invitati” a tornare chiudendoli negli sgabuzzini anziché facendogli praticare – nel caso degli insegnanti – la professione per cui avevano studiato per tutta una vita.

Non è la festa dei lavoratori, oggi. E il silenzio sarebbe forse la migliore soluzione, quantomeno. Se poi vogliamo festeggiare, liberi di farlo. Almeno quello ancora ci è concesso, ma magari inventiamoci un’altra festa…