Via libera alle trivelle per la ricerca di petrolio e gas in Sicilia e nel suo mare. A dare l’ok è stato il ministero della Transizione Ecologica, che ha messo nero su bianco sul suo Pitesai, il piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, approvato poco più di un mese fa. Nonostante piani ambientali, siti Unesco, mappe del rischio sismico, parchi e riserve, come riporta La Repubblica, si inizierà presto con le opere di ricerca e sfruttamento di giacimenti. Il documento del Governo pone precisi vincoli su quali aree dell’Italia possano essere interessate: sono state escluse del tutto infatti Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Liguria, Umbria, Toscana e Sardegna, mentre per l’Isola quasi il 70% del territorio è colorato in verde nella mappa disegnata dai tecnici del ministro Roberto Cingolani.
Insomma, in Sicilia un giacimento non si nega a nessuno. O quasi. Se si esclude l’area metropolitana di Palermo e la punta peloritana dello Stretto di Messina, tutto il resto dell’Isola è a “rischio” trivellazioni e le concessioni in attesa sono già numerose. Basta sfogliare le 26 pagine dell’elenco nazionale dei titoli minerari del ministero della transizione ecologica: si trovano 9 istanze di permesso di ricerca, 2 istanze di concessione, 6 permessi di ricerca che interessano 2.794 chilometri quadrati di territorio, 13 concessioni di coltivazione per 567 chilometri quadrati. Inoltre, il mare con le zone indicate dalle lettere C e G nel Canale di Sicilia dove insistono 4 istanze di permesso di ricerca, 4 permessi di ricerca e 4 concessioni di coltivazione offshore.
Sicilia: la mappa verde per le trivellazioni, quali le province interessate
A scorrere le istanze e le concessioni si scoprono le aree della Irminio che con “Case La Rocca” lambiscono il territorio di Donnafugata e con un’altra istanza interessa l’intero comune di Scicli. Poi le ricerche di Eni: “Passo di Piazza” che copre una superficie di oltre 734 chilometri fra le province di Caltanissetta, Catania, Ragusa ed Enna, e “ Friddani”, 692 chilometri fra le province di Enna, Catania e Caltanissetta. Le ricerche, secondo il Movimento 5 Stelle siciliano, potrebbero avvenire anche tramite esplosioni sotterranee e che interessano parchi e aree protette e sfiorano la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina. E poi Mazara, Ragusa e le concessioni di Energean a Comiso. “Il piano del Ministero non ha tenuto conto di nessuno dei rilievi mossi dalla commissione di esperti della Regione – ricorda il deputato regionale M5s, Gianpiero Trizzino – un documento che la Regione aveva fatto proprio per opporsi al piano. Non è accettabile continuare a puntare su gas e petrolio nazionale quando sappiamo che rappresenta il 6 per cento del nostro fabbisogno, invece di accelerare sulle energie rinnovabili”.
La Regione Siciliana e gli esperti contro il Piano del Ministero della Transizione Ecologica
Il piano del ministero della Transizione Ecologica ha trovato il freno della Regione Siciliana, che ha inviato un corposo dossier di 46 pagine della Commissione tecnica specialistica dell’assessorato Territorio e Ambiente guidata da Aurelio Angelini. Delle decine di punti critici messi in luce dalla relazione si può trovare l’elenco della ventina di documenti ufficiali dei quali il Pitesai non ha tenuto conto e citati nelle conclusioni: il piano dei parchi e delle riserve naturali, la mappa delle aree marine protette, il piano di gestione della Rete Natura 2000 e poi il piano forestale, quello di sviluppo rurale, dei distretti idrografici e della qualità dell’aria, fino ai piani di gestione dei siti Unesco e a quello di sviluppo del turismo. La relazione descrive tutte le possibili conseguenze ambientali in caso di incidenti e a causa del rischio idrogeologico che interessa buona parte del territorio siciliano. Ma c’è anche un altro passaggio della relazione che suona in tutta la sua drammaticità: “si osserva, relativamente alla Sicilia, che Faglie Capaci, piani di rottura della crosta terrestre potenzialmente in grado di riattivarsi in un prossimo futuro in alcuni casi interferiscono con le zone di prospezione, permessi di ricerca e concessioni di coltivazione” e sottolinea “possibili relazioni tra le attività di esplorazione sia sulla terraferma che in mare, anche condotte con tecniche nuove, ma non completamente conosciute, come quella dell’idrofrantumazione, e l’aumento, se non l’innesco, di una ulteriore attività sismica”.
“Il rischio è che l’aumento del prezzo del gas faccia diventare convenienti anche piccoli giacimenti – spiega Angelini – moltiplicando esplorazioni ed estrazioni anche complesse. Il tutto per poche quantità rispetto ai nostri fabbisogni e soprattutto per giacimenti che fra dieci anni saranno esauriti”. Ma non c’è solo la Regione contro il piano. Pochi giorni fa 24 Comuni fra i quali Noto hanno impugnato il piano di fronte al Tar del Lazio chiedendone l’annullamento del piano governativo. Fra i rilevi anche il nuovo diritto inserito in Costituzione che prevede “la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi”, approvato soltanto 72 ore prima del Pitesai.


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