Mentre il Parlamento tedesco discute oggi il nuovo piano d’aiuti destinato alla Grecia, con la sinergia fra i cristiano-democratici e la Spd che produrrà il via libera da parte di Berlino, a Roma l’Esecutivo celebra ancora la sinergia politica che si è costituita fra il premier e la Cancelliera dopo la visita di Angela Merkel all’Expo di Milano. Una sinergia che, a ben vedere, è fittizia, perché non tiene conto della principale richiesta proveniente dai nostri interlocutori: serietà.
Matteo Renzi non dispiace a frau Merkel: considerati i cucù del suo più illustre predecessore, lo scarso appeal pubblico di Monti, la cloaca rappresentata dalle opposizioni salviniane e pentastellute, la Germania sa che affidarsi a Renzi è in fondo il male minore. L’impegno dell’Italia a imboccare il sentiero delle riforme è un dato tangibile, prova ne sia il Jobs Act elaborato e proposto dal ministro Poletti. Al netto, però, dei buoni propositi, Palazzo Chigi mostra ancora scarsa propensione a intervenire sul principale problema della nostra economia: il debito pubblico. Ed è qui che Schäuble si spazientisce.
I dati parlano chiaro: dal 2012 al 2014 la spesa pubblica è salita da 821 a 838 miliardi e nei primi sei mesi di quest’anno, caratterizzato dalle grandi aspettative, essa è ulteriormente aumentata di 18 miliardi rispetto all’anno precedente. Le stime di crescita del paese sono state riviste a ribasso, a dispetto delle previsioni di Pier Carlo Padoan, apprezzato quanto si vuole dall’Eurogruppo ma considerato un inguaribile ottimista quando c’è da far di conto rispetto ai malanni nazionali. Nonostante i dati positivi registrati dall’export, il debito pubblico dal 2008 a oggi è passato dal 102% al 132%, un dato che rappresenta un’istantanea da spedire via mail ai critici tsiprioti dell’austerity, chiedendo esattamente dove siano stati fatti i tagli alle ricche prebende che hanno rallentato l’economia.
La situazione, insomma, non è rosea e sotto questo profilo, di là dalle passerelle pubbliche, Merkel avrebbe chiesto al segretario del Pd un rinnovato attivismo sul fronte del risanamento economico. Richiesta che Palazzo Chigi disattenderà nel breve periodo: sì, perché se i rumor provenienti dal Ministero dell’Economia saranno confermati, anche quest’anno l’Italia chiederà all’Eurogruppo di sforare il tetto del deficit previsto e concordato. Del resto l’impostazione para-elettoralistica adottata da Renzi non lascia margine ai dubbi: l’abolizione dell’Imu ed il rinnovo dei contratti del pubblico impiego rappresentano di per se un salasso. Se a queste due voci di spesa si aggiungono i contratti della #buonascuola e gli incentivi alle assunzioni per le imprese, ecco che la manovra diventerà ardita e andrà nella direzione opposta ai desiderata europei. Spetterà quindi al capo del Governo ricucire, da settembre in poi, i rapporti con gli interlocutori comunitari, dimostrando carte alla mano che la manovra avrà un effetto benefico sulla ripresa, per strappare quel minimo di elasticità su cui Palazzo Chigi fa totale affidamento.


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