Messina, Corsi d’Oro: Genovese torna in carcere. E la rete vomita livore

L'ex deputato democratico torna dietro le sbarre. La rete esulta: "speriamo buttino la chiave"

GENOVESE, 'MI SONO COSTITUITO PER RISPETTO DELLE ISTITUZIONI'La nostra Costituzione è molto bella: tutti la lodano, tutti la apprezzano, ma al momento di applicarla scatta il fuggi fuggi. L’articolo 27 della Carta sancisce un principio cardine del nostro ordinamento giudiziario: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Analizziamo bene il concetto. Non dev’esserci un fine punitivo, la condanna non dev’essere cioè volta all’umiliazione del delinquente, ed il soggetto cui è inflitta deve essere riconosciuto quale colpevole dei propri misfatti. Vi sono naturalmente delle eccezioni: se durante un indagine l’imputato può fuggire, reiterare il reato o inquinare le prove, si procede alla custodia cautelare. Ma di eccezioni si tratta: casi specifici che consentono di derogare a norme stabilite.

Non sappiamo se su Francantonio Genovese, presunto innocente sino all’ultimo grado del processo, aleggiasse questo sospetto. Per il suo avvocato, Nino Favazzo, il ripristino della misura cautelare in carcere è spropositato, specie se si considerano le pronunce rese dal Gip di Messina. Per la Procura, invece, era un atto necessario e dovuto. Questioni processuali spinose, su cui è difficile dire l’ultima parola.

Certo è che la canea montata dopo il ritorno a Gazzi dell’ex parlamentare democratico non è di per sé né edificante né moralmente apprezzabile. La rincorsa al minuto per sapere con esattezza quando Genovese avesse varcato la soglia della casa circondariale e, soprattutto, le reazioni smodate sui social network lasciano riflettere. Sì, perché in Italia vige un certo malcostume: quando un potente è forte, quando assurge ad una posizione dominante, tutti lo osannano come fosse l’Unto del Signore; appena, però, il sistema traballa ed emergono nodi politici o giudiziari, scatta la rincorsa al bacio di Giuda. L’incoerenza fa parte del nostro dna, va bene, ma vedere il livore che tracima fa impressione: frasi come “marcisci in galera bastardo” o “spero che buttino la chiave” colpiscono per la durezza, e se le consideriamo ovvie – figlie degli input torbidi scatenati dalla rete – vuol dire che implicitamente le riteniamo accettabili o ragionevoli. La politica viene così concepita come guerra di religione, nello stesso momento in cui tutti, con gli hashtag, si vantano di essere “Charlie”.