Dissesto è una parola che riecheggia nelle aule di Palazzo Zanca. La dicono in tanti sottovoce, un mormorio lieve che si alza da ogni latitudine politica. Eppure la strada del default non è ancora segnata: lo sa bene il gruppo consiliare dei Democratici Riformisti, riunito al gran completo nelle stanze del Comune per manifestare alla città il proprio scetticismo sulla programmazione economico-finanziaria della Giunta. L’occasione è importante, lo si capisce immediatamente, se è vero com’è vero che tanto Picciolo quanto Greco hanno deciso di essere presenti alla conferenza. E scetticismo in sé è un termine sin troppo generoso: l’assenza delle opportune delucidazioni da parte del Sindaco, l’irreperibilità del suo vice – Guido Signorino – e i tentennamenti del Direttore Generale Antonino Le Donne vengono ormai ritenuti elementi intollerabili. “Lo abbiamo capito e, in fondo, lo sapevamo già: protestare è più facile che amministrare”, tuona Nino Carreri denunciando il vuoto di fiducia che si è venuto a creare. Gli fa eco Carlo Abbate, solerte nell’evidenziare l’anomalia di fondo: “Se approviamo ora il Consuntivo, che garanzie avremo sulla regolarità successiva del piano d’equilibrio?”. Un interrogativo centrale considerando i debiti delle partecipate destinati ad essere spalmati nei prossimi dieci anni.
E se Marcello Greco denuncia l’incompetenza di chi oggi siede nella stanza dei bottoni, un’incompetenza “di gran lunga peggiore rispetto a quella dei Buzzanca e dei Genovese”,
Elvira Amata fa il punto sullo stato dei lavori in Consiglio: “La volontà del nostro gruppo, espressa in ogni sede istituzionale, è di confrontarci con le carte, nel merito e nel dettaglio. A Gennaio aleggiava la promessa di un confronto continuo e costante, ma nessuna chiarezza è stata fatta sulle coperture dei debiti per il prossimo decennio”. E’ Beppe Picciolo, in conclusione, a tirare le fila del ragionamento: “Abbiamo dato troppa fiducia per essere una forza d’opposizione costruttiva. Aspettavamo chiarezza sui conti proprio per avere certezze sull’origine del dissesto, su chi l’ha procurato, come e perché. Ma al momento non conosciamo nemmeno la linea seguita in occasione dell’adunanza davanti alla Corte dei Conti. Noi non abbiamo chiesto il dissesto, ma non temiamo in sé l’atto: l’esempio di Milazzo è un faro, perché solo adesso quella realtà vede la luce dopo tre anni di calvario. E’ venuto il momento di conoscere lo stato delle cose: non possiamo sostenere una maggioranza iniqua e inetta, per giunta poco trasparente”.


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