Come ridurre la portata di un incontro istituzionale sulla città metropolitana? Se lo devono essere chiesti in molti all’interno delle istituzioni messinesi, se è vero com’è vero che quasi simultaneamente Palazzo Zanca e Palazzo dei Leoni presentavano due convegni grossomodo speculari: da un lato, alla corte del commissario straordinario Filippo Romano, dovevano esserci i sindaci delle zone interessate; dall’altro, nel regno di Accorinti, avrebbero dovuto trovare posto i rispettivi presidenti dei consigli comunali. Morale della favola? Disorganizzazione, flop.
Se volessimo restare ai numeri, dovremmo concludere che il secondo incontro in agenda ha avuto risvolti positivi rispetto al primo: la presenza di pochi sindaci nella ex Provincia non è sembrato un segnale entusiasmante sulla via delle riforme. Resta, tuttavia, un’incognita generale sulla cabina di regia politica e sulle modalità di attuazione di questa benedetta città metropolitana, se già solo per creare una riflessione condivisa si è inciampati inesorabilmente in una gaffe di siffatta natura.
Nel merito, all’appuntamento nell’aula consiliare di Palazzo Zanca si è registrata la solita impasse, coniugata – come da tradizione – con una nobile dichiarazione d’intenti da parte degli intervenuti. Numerose le diserzioni e le perplessità.
I dubbi amletici che da tempo attraversano gli amministratori locali riguardano l’utilità marginale: se al piccolo paese conviene, cioè, affiancarsi all’area metropolitana o prediligere la strada di qualche libero consorzio,
creando delle sinergie ad hoc. Sul punto si è soffermato il professore Michele Limosani, attivo nell’impegno scientifico sulla proposta in oggetto. Denunziando le difficoltà determinate dalla mancata revisione del Titolo V della Costituzione, il docente dell’Ateneo peloritano ha ammonito: “In tutta Italia soltanto 10 città hanno beneficiato della possibilità di creare delle aree metropolitane. In Sicilia abbiamo concordato d’istituirne 3. Ma mentre nel resto del paese contestano questo nostro privilegio determinato dall’autonomia, noi discutiamo come sempre dei vincoli minori e dei legami meno forti, quindi delle possibilità, legati ai Liberi Consorzi”. Uno scenario surreale, quando i lavoratori sovente viaggiano da comune a comune per poter esercitare liberamente le proprie professioni. Ciò che più sconvolge è che da quindici anni circa si parla di questo progetto in divenire, ma tutti i soggetti coinvolti si approcciano alle tematiche come se fosse un dibattito recente. “Mentre noi discutiamo, il sindaco di Catania Bianco ha già chiuso accordi sulla progettualità con Ragusa e Siracusa”, ha ammonito Limosani. Da qui un appello al pragmatismo, per discutere delle infrastrutture, dei servizi, del turismo, dell’insediamento delle imprese nelle aree industriali del comprensorio, senza restare avvinghiati alle speculazioni sugli aspetti d’ingegneria istituzionale.
Un appello raccolto dal Presidente del Consiglio Comunale di Fiumedinisi, Mario Puglisi: “Il problema vero è che non conosciamo gli strumenti che avremo a disposizione, la loro efficacia. E non mi riferisco solo alle competenze, perfino le procedure decisionali sono vaghe: corriamo il rischio di andare incontro ad una serie di veti incrociati che potrebbero bloccare qualsiasi attività”. Gli fa eco Domenico Anastasi, in rappresentanza di San Pierniceto: “Noi aderiamo certamente, però ad alcune condizioni. Non possiamo parlare di Città Metropolitana quando il nostro Comune, in una frazione montana, ha 40 abitanti praticamente isolati fra divieti prefettizi e strade chiuse. Se dobbiamo creare un altro carrozzone, rimpiango le province”. E su questa frase qualche sospiro è provenuto da più parti.
Ci saranno indubbiamente altri appuntamenti istituzionali, ma se non si parte dall’assunto che l’area metropolitana codifica una situazione di fatto esistente, difficilmente potranno essere fatti passi avanti in questa direzione. Con tutto ciò che ne consegue.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?