Il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, non ha risparmiato proprio nessuno. Non smentisce il suo modo di essere, schietto e diretto all’appuntamento organizzato nell’ambito del tour “Panorama d’Italia”. L’incontro di oggi doveva consistere in una lectio magistralis sui rapporti tra Chiesa e ‘ndrangheta, tema al centro della sua ultima fatica editoriale, ma la chiacchierata col giudice anticonformista si è presto trasformata in una critica a 360 gradi sul mondo della criminalità organizzata. L’evento si è aperto (ed era inevitabile) sulla polemica nata a seguito della mancata nomina a ministro della giustizia nel Governo Renzi: “non so che cosa è successo, non dovete chiedere a me perché la carica è saltata, a questa domanda solo Napolitano e Renzi possono rispondere”.
Il procuratore a quell’incarico aveva messo un veto, “lasciatemi rivoluzionare il sistema della giustizia”, ma forse in Italia i tempi non sono ancora maturi; alla fine chi vuole più pacificamente “rottamare” riesce là dove non riescono i sanguigni rivoluzionari.
Sì che di stravolgimenti la giustizia italiana ne avrebbe bisogno: “non è possibile aspettare dieci anni per far terminare un processo”.
Il magistrato ha parlato a lungo di “convenienza a delinquere”, il sistema di norme che disciplinano il magistero penale in qualche modo permette una certa libertà di manovra alla mafia; “così com’è il 41 bis (che detta il regime penitenziario per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso ndr.) non funziona. I detenuti sottoposti a tale regime carcerario sono spalmati in 12 carceri; bhè, sono troppi, dovrebbero essere massimo 4, perché il trattamento riservato da carcere a carcere può cambiare ed è sbagliato”.
La ‘ndrangheta è un fenomeno criminale che non ha pari in Italia, le dinamiche interne alle cosche sono diverse da quelle di cosa nostra e camorra: “per ora non c’è stato il botto eclatante. La Calabria, per fortuna, non ha avuto il “morto eccellente”, la ‘ndrangheta è più intelligente di cosa nostra, Riina era un folle preso dal delirio di onnipotenza che pensava di poter dettare l’agenda alla politica. Mentre lo Stato era concentrato tutto a Palermo, (ci sono almeno 30 magistrati più del necessario), la ‘ndrangheta cresceva indisturbata”.
La criminalità organizzata made in Calabria, insomma, è un universo a sé stante; pochissimi sono i collaboratori di giustizia, per via dei vincoli di sangue e sono diverse le regole di ingaggio. Gratteri si è dimostrato molto critico nei confronti delle istituzioni nazionali: “lo Stato ha sbagliato clamorosamente strategia, partendo dalla gestione della stagione dei sequestri di persona, che ha messo è in ginocchio questo territorio per tutti gli anni ‘70 e ‘80. In quegli anni la classe dotta, la borghesia, è letteralmente scappata per non incorrere nel rischio dei sequestri , lasciando il comando a malandrini e analfabeti”.
Il giornalista di Panorama gli ha chiesto del sequestro effettuato qualche giorno fa a Rizziconi, che ha permesso di prevenire quello che sarebbe potuto essere un attentato: “noi siamo programmati per fare i magistrati – ha risposto – possiamo immaginare, sentire…certo i kalaschnikov sono armi molto potenti e 10 sono troppi, ma non dobbiamo dimenticare, del resto, che nell’arco di un mese e mezzo abbiamo fatto un danno di 400 milioni di euro alla ‘ndrangheta”.
L’attenzione è stata poi focalizzata sui contenuti del nuovo libro scritto da Gratteri che narra dei rapporti tra la Chiesa e la criminalità calabrese: “è stato criticato prima ancora di vedere le stampe. Con questo libro mi sono provocato più guai di tutti i nove precedenti messi insieme. Nel primo facevo 2000 nomi di criminali doc, nessuno ha avuto da lamentarsi”. Probabilmente quello dei legami tra Chiesa e ‘ndrangheta era per qualcuno un nervo scoperto. Eppure il primo capitolo si apre con una storia bellissima di cui però nessuno parla. I primi due martiri della ‘ndrangheta, proprio due preti che nel 1862 dono stati assassinati per aver trovato il coraggio di denunciare il capo mafia della propria parrocchia: “lì si potrebbe ricordare istituendo il peccato di mafia! Che ve ne pare?”
La conversazione è stata piacevolissima ed interessante con qualche proposta avvenieristica, come dotare ogni detenuto di un tablet sul quale inviare tutti gli aggiornamenti sulla sua storia giudiziaria con un click.
I prossimi appuntamenti nell’agenda del giudice, sempre in giro per il mondo a smantellare le vie del narcotraffico, sarà a Roma a colloquio con Rosy Bindi: “proporrò un tavolo europeo, per omogeneizzare la normativa penale nella lotta alle mafie, perché non debba più sentire dal Governo tedesco, che la ‘ndrangheta non esiste”.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?