Informazione digitale: da “L’Espresso” giungono consigli per difenderci dalle bufale del web

FAMIGLIE SEMPRE PIU' TECNOLOGICHE, IL 95% USA PC PORTATILIGrandi bufale, notizie semi-vere, fake, sono questi i “falsi” che stanno caratterizzando sempre più l’informazione sul web. L’Espresso ha dedicato un intero articolo all’argomento, approfondendolo con un’interessante intervista fatta al Professore ordinario di Sociologia dei New Media all’Università “Carlo Bo” di Urbino, Giovanni Boccia Artieri.

“Il ‘meme(ovvero un elemento che si prepara a diventare virale sul web, vero o falso che sia) – spiega il Professore –  è un fenomeno neutrale, può essere un articolo serio, uno scoop, ma anche una frottola, segnalati ormai quasi quotidianamente da siti web specializzati”.

Un “meme” di cui si è sentito parlare molto è stato senza dubbio quello che vedeva la storia dell’arte abolita per sempre dai programmi scolastici; questa vicenda ha avuto inizio dalla pubblicazione online di una campagna fatta da una blogger per richiedere il ripristino della storia dell’arte nei programmi delle scuole. La richiesta sarebbe stata incitata da una precedente bocciatura, in commissione Cultura della Camera, di un emendamento introdotto da una deputata di Sel (Celestina Costantino), che presentava le istanze sottoscritte da oltre 18 mila cittadini e intellettuali in un appello dell’associazione “Italia Nostra”.

Anche l’Espresso si era occupato dell’appello in questione, che non si riferiva però ad una definitiva decisione di eliminare la materia dai corsi scolastici, ma alla riduzione che le ore di storia dell’arte avevano subito con l’entrata in vigore dei tagli imposti dalla riforma dell’ex Ministro Mariastella Gelmini. Anche Maria Chiara Carrozza, Ministro dell’Istruzione, su Twitter aveva comunicato il suo personale impegno per far reintegrare le ore di storia dell’arte nelle scuole.

Questa notizia ha avuto un seguito incredibile tra la gente, è stata trasmessa da quotidiani, testate online, social network che hanno messo in moto più di 350 mila “like” (su Facebook) e oltre 1900 tweet (su Twitter). Il clamoroso successo della semi-bufala, ha specificato Boccia Artieri, è derivato dal contesto: “Se io vedo i miei amici su Facebook condividere una notizia – ha affermato – la ritengo affidabile, perché i miei amici lo sono”.

Il processo che porta agli innumerevoli like, condivisioni, tweet, si delinea, per l’appunto, da questo ragionamento di tipo istintivo che ognuno di noi attua, non considerando il fatto che non solo i nostri amici virtuali potrebbero non essere tutti affidabili, ma anche che le notizie, prima di essere messe in circolazione, vanno sempre lette e verificate. Il più delle volte, infatti, tale meccanismo di verifica non viene nemmeno preso in considerazione dagli utenti, i quali si limitano a leggere solamente il titolo del post che rimanda alla notizia, per poi condividerla senza aver letto l’articolo.

L’Espresso approfondisce proprio tale aspetto di diffusione delle bufale sul web, riportando sempre il parere del Professore, il quale evidenzia che “Diversi studi hanno dimostrato che la condivisione può essere spesso superiore alla lettura: dico Mi Piace o ripubblico una notizia solo per quel poco che ho potuto capire dal titolo e dalle due righe di presentazione. È la fonte che ne legittima il senso: non serve niente di più. Se una vicenda riceve una condivisione forsennata, diventa notiziabile, soltanto per il fatto di essere molto diffusa. Ma nel momento in cui racconto il ‘caso’, il ‘boom’, il ‘fenomeno’, informo anche del contenuto, ovviamente, amplificandolo. La fonte, così, scompare: troppo indietro nel web-spazio per poter ricostruire il primo step della catena. A volte rischiamo anche di sbagliare completamente l’interpretazione di un fatto per via della distanza dal suo contesto originario”.

Ed è così che le bufale entrano a pieno titolo nell’immenso e amplificato, rispetto alla carta stampata, mondo dell’informazione digitale. Si pensi alla falsa notizia della morte di Fidel Castro, o allo stravagante caso (una menzogna bella e buona) dei “gatti-bonsai”, che aveva scatenato l’ira degli animalisti, tutti “meme” diventati famosi grazie anche alle immagini messe a corredo del testo, e si sa l’immagine cattura molto più l’occhio umano che le semplici e “banali” parole.

Per difenderci da questo tipo di “impicci” dilaganti in rete non ci resta che rifarci al pensiero conclusivo, riportato sempre su “L’Espresso”, del Professore Giovanni Boccia Artieri: “Come dalle elementari ci viene insegnato a scomporre un testo letterario, ad analizzarlo, metterlo in un contesto, comprendere il suo significato, così ci dovrebbe essere insegnato a smontare e approfondire i contenuti in rete. Finché non introdurremo questi temi nelle scuole gli utenti del web resteranno delle esche fin troppo facili da abbindolare”.