Africo (RC), dove il cancro è “di casa”. Gravi sospetti di rifiuti tossici sepolti in montagna

africo_panoramaAfrico è un paese di soli 3100 abitanti, in provincia di Reggio Calabria. Un agglomerato di case della locride senza nulla di strano in apparenza. Senonché ad Africo, su quei 3100 abitanti, sono morte per tumore negli ultimi 15 anni quasi 200 persone, e altre cento stanno lottando in questo momento con varie forme della malattia. Una percentuale che anche per i non esperti appare fin troppo elevata. C’è una strada ad Africo, via Giacomo Matteotti. Tutti la chiamano la strada dei “condannati a morte”. Adesso ci abitano circa 50 persone, ma ben 33 sono morte di cancro negli ultimi 3 anni, solo in questa strada.

Due parole passano di bocca in bocca, due parole che fanno paura e rabbia: “rifiuti tossici“. Il sospetto è corroborato da alcune rivelazioni di boss della ‘ndrangheta, venute alla luce tramite testimonianze o intercettazioni. Ascoltando una conversazione tra Vincenzo Melia e Nicola Romani, i due si dicono preoccupati per “una fonte radioattiva” che si trova sulle montagne. “Roba degli anni ’70“, dicono, quando c’erano al comando i boss Filippone e Peppe Barillaro: “c’è un camion che è bruciato. E dietro il camion c’è una fossa…“. Anche Antonino Lo Giudice, fuggito dai domiciliari e catturato pochi giorni fa a Reggio Calabria, confermò di aver sentito parlare Pasquale Condello di un traffico di rifiuti radioattivi, che venivano gettati in mare o sepolti in montagna.

Ma un’altra figura spicca tra le altre. Quella di Michele Morabito, detto “U Tiradritto”. Nel 2011 il direttore del servizio segreto italiano AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna), Giorgio Piccirillo, riferì ad una commissione parlamentare di un’operazione di scambio effettuata da Morabito: un carico di armi a fronte dell’autorizzazione di seppellire nel territorio di Africo delle scorie tossiche, probabilmente radioattive.

Intanto ad Africo si continua a morire. E si teme che i rifiuti tossici abbiano colpito la popolazione tramite i mattoni realizzati con argilla contaminata. La maggior parte delle morti di via Matteotti sono avvenute all’interno delle case popolari. Il sindaco Domenico Versaci ha incaricato l’Arpacal di effettuare esami a tappeto, dalle case all’acqua, piante, terreni. Tutto insomma. Basterà?

C’è chi contro questo nemico invisibile combatte da anni. È Antonio Pratticò, che ha perso la sorella Maria Grazia a soli 42 anni, per cancro. Da quel giorno è sempre in prima linea: tiene una mappa aggiornata delle vittime e dei malati, in modo da poter cercare di capire chi è più a rischio e magari trovare le cause. Pratticò è riuscito a far firmare a 1800 concittadini una petizione, che ha inviato alle massime cariche dello Stato. Una petizione per dire basta a queste vittime del silenzio e dell’omertà, a questi innocenti – tra i quali un bimbo di pochi mesi – condannati a morte per crimini altrui.