Da oggi, 9 febbraio, e fino alle elezioni del 24 e 25, c’è lo stop ai sondaggi. I vari Bersani, Grillo, Monti, Berlusconi non potranno avvalersi dei dati che in questi ultimi giorni ci hanno letteralmente sommerso. Certo è che due sono gli elementi che possiamo dedurre dalle centinaia di tabelle, grafici, schemi, proiezioni: i sondaggi, per quanto fatti in buona fede, non saranno mai attendibili; il bipolarismo, in Italia, è almeno momentaneamente tramontato.
Sul primo punto i numeri parlano da soli. Non stiamo qui a citare i singoli istituti che hanno effettuato le rilevazioni, qualcuno accusato di “orientare” i risultati dei singoli sondaggi, qualcun altro di violazione della privacy. Di sicuro c’è che i numeri sono stati molto diversi tra una rilevazione e l’altra. Pressoché tutte le proiezioni davano Italia Bene Comune, la coalizione di Bersani, in vantaggio rispetto al centrodestra. È però difficile credere che da un giorno all’altro tra i due schieramenti si passi dall’8 al 2% di divario e viceversa! Bisogna infatti sempre tener conto che un campione di mille persone, statisticamente, potrebbe anche essere orientato completamente verso una parte o l’altra.
Una media tra i vari sondaggi comunque fa emergere un sostanziale predominio del centrosinistra sul centrodestra, con una differenza di 5 punti percentuali. Se il Partito Democratico ha la garanzia quasi certa di essere al primo gradino del podio (quasi il 30%), e il Partito della libertà al secondo (ma 10 punti sotto), posizioni “scontate”, il terzo posto è affare della creatura di Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle (15% e forse anche più). Risucchiato dalla coalizione del magistrato Ingroia è l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, che fino a 3 anni fa, grazie anche al successo nelle regionali, ballava tra il 7 e il 9% dei consensi. Ricordiamo che De Magistris e Orlando, i sindaci di Napoli e Palermo (non certo dei paesini), appartengono proprio alle fila dell’IdV. Sembra ridimensionata anche la Lega Nord, che comunque può contare su uno “zoccolo duro” che si aggira attorno al 5%.
Ma cosa possiamo dedurre da queste percentuali? Il 13% della coalizione Monti e il 15% del M5S (percentuali approssimative, lo sottolineiamo) ci dicono che in Italia il bipolarismo non esiste più. Per governare l’alternativa è solo una: un’alleanza trasversale. E Pier Luigi Bersani, in odor di elezione a nuovo Presidente del Consiglio, numeri alla mano sarà costretto a far ricorso a Mario Monti e alla sua coalizione, che di sinistra hanno ben poco. Al Senato infatti sarà praticamente impossibile ottenere la maggioranza. Tenere insieme due teste pensanti come Nichi Vendola e il Professore sarà uno scherzo non da poco, e ciò rischierà di assorbire gran parte delle energie di Bersani.
Suggestiva sarebbe invece un’alleanza col Movimento 5 Stelle, che però appare più che altro un “jolly”. Il peso dei grillini sarà infatti piuttosto consistente sia alla Camera che al Senato, e potrebbe sopperire ad eventuali franchi tiratori all’interno della maggioranza di Governo. Si tratta di fantapolitica, di supposizioni che al momento valgono tanto quanto. Certo è che Monti e Grillo, che insieme fanno quasi il 30%, non sono e non saranno figure che si può bellamente ignorare. La classica contrapposizione destra-sinistra è ormai agli sgoccioli, e l’afflusso di voti di queste due formazioni “anomale” (ciascuna a modo suo) è chiaro indice di una disaffezione di larga fetta dell’elettorato nei confronti della politica tradizionale. La sentenza definitiva però spetta ovviamente alle urne.


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