Due distinti casi di omicidio sono stati risolti dopo oltre vent’anni in Sicilia, uno a Castelvetrano (provincia di Trapani) e l’altro a Niscemi (provincia di Caltanissetta). Potremmo anche definirli, per usare il titolo di una nota serie televisiva, dei veri e propri “Cold Case”. Entrambi avvenuti nel 1990 e rimasti insoluti per anni, adesso conoscono finalmente i rispettivi responsabili. Il primo delitto, duplice, vide il brutale omicidio di due amanti, Paolo Favara e Caterina Vaiana, entrambi 30enni. Il secondo invece fu un’esecuzione maturata nell’ambito della guerra tra i fuorisciti da Cosa Nostra (gli appartenenti alle cosiddette “stidde”) e l’organizzazione principale, e nella quale rimase ucciso Roberto Bennici.
– Il delitto di Castelvetrano: la lupara per coprire gli abusi su una bambina di 9 anni –

Paolo Favara, 30 anni, e Caterina Vaiana, 33 anni, erano cognati e amanti. Favara era sposato con la sorella di Caterina, Francesca, dalla quale aveva avuto tre figli. Ma prima e dopo il matrimonio aveva intrecciato una relazione con Caterina, anch’essa con tre figli a carico avuti da una precedente relazione. Una situazione particolare e delicata, alla quale si aggiunse l’orrore di una violenza sessuale nei confronti della figlia di Caterina Vaiana, che allora aveva appena 9 anni. La bambina confessò alla madre gli abusi, perpetrati dallo zio Giuseppe Vaiana, fratello di Caterina. Un’onta, una vergogna che non doveva essere rivelata. Forse Giuseppe Vaiana scoprì che Caterina aveva portato la figlia da un ginecologo, che aveva certificato la violenza sessuale. Così decise di lavare la vergogna nel sangue.
Giuseppe Vaiana, in compagnia del fratello Michele Claudio, il 24 agosto 1990 si recarono in un ovile nel territorio di Campobello di Mazara, dove forse avevano dato appuntamento a Paolo Favara e Caterina. I due amanti furono uccisi a colpi di lupara, e all’omicidio quasi certamente assistette anche la figlia di Caterina. Oltre che per insabbiare lo stupro, tra Giuseppe e la sorella persistevano dei rancori, poiché la donna aveva contratto col fratello un debito di 13 milioni di vecchie lire.
La riapertura del caso si deve al sostituto procuratore Bernardo Petralia, che ha accolto nel 2010 la richiesta di uno dei figli di Paolo Favara, che non ha mai accettato la frettolosa e superficiale chiusura delle indagini del 1992, e che aveva bollato il delitto come “irrisolto”. Dopo vent’anni è stato difficilissimo penetrate in un sottobosco di omertà e silenzi, di un ambiente che sapeva e non ha mai voluto raccontare. Decisivo è stato il contributo della figlia di Caterina Vaiana che, dopo tutto questo tempo, ha trovato il coraggio di raccontare quei momenti terribili.
– Stidda e Mafia: la guerra tra criminali –
Un classico, ma non troppo, delitto di mafia, l’altro caso risolto dagli inquirenti, ed avvenuto il 24 ottobre 1990. A cadere sotto i colpi dei sicari fu uno degli “stiddari” di Niscemi, Roberto Bennici. I veri obiettivi dei killer erano i fratelli Russo, reggenti della Stidda locale, ma occorreva “colpire i primi stiddari che si fossero incontrati per strada“. Ad autoaccusarsi del crimine, consumatosi in un bar di Niscemi, è stato il pentito Angelo Celona, che ha indicato come “colleghi” del gruppo di fuoco Francesco La Cognata ed Emanuele Trainito, entrambi poi successivamente assassinati nella guerra tra clan.
La spedizione punitiva, che si concluse con l’omicidio di Bennici e il ferimento di Francesco Nanfaro (un avventore del bar), fu ordinata dai boss Giancarlo Giugno, 53 anni, e Rosario La Rocca (conosciuto anche come “Saro Pacola”), 56 anni. Giugno e La Rocca, entrambi raggiunti da provvedimento di custodia cautelare in carcere, erano, secondo la ricostruzione, impegnati nella guerra tra Stidda e Cosa Nostra. “Bisognava fare un favore a Giugno“, racconta Celona, perché il boss era in aperto contrasto con i fratelli Russo di Gela. Da qui la decisione di spedire un gruppo di fuoco a Niscemi, crocevia tra province e quindi punto cardine per vari traffici.
Il primo “stiddaro” a venire incrociato dalle vedette fu Bennici, che si trovava seduto in un bar del centro di Niscemi. I sicari, che nel frattempo si nascondevano in un covo di Acate, arrivarono e fecero fuoco scriteriatamente, colpendo a morte Bennici sparandogli alle spalle e ferendo gravemente Nanfaro, che gli stava seduto di fronte. Insieme a Giugno e La Rocca, sono state iscritte nel registro degli indagati altre 8 persone che fecero parte a vario titolo del commando. Alcuni degli uomini, all’epoca del delitto, erano minorenni.


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