”Noi picciotti ci occupavamo della droga, di fare i soldi, invece quelli più in alto si occupavano di tenere buoni i giudici e aiutavano chi stava in carcere”. Così il pentito di ‘ndrangheta Rocco Marando, collegato in videoconferenza con l’aula bunker di Torino, dove si sta svolgendo il processo “Minotauro“. Il pentito però è stato piuttosto vago, ed è stato bacchettato dal giudice Paola Trovati, che gli ha replicato: ”Questa è una cosa di grande importanza. Siamo noi i primi a voler sapere se ci sono magistrati corrotti. E allora ci servono cose concrete e precise”.
Marando quindi è entrato più nel dettaglio, raccontando un unico episodio riguardante un tentativo di corruzione a favore di uno dei suoi fratelli, Francesco, che si trovava sotto processo. “Io ho portato cento milioni di lire dalla Calabria a Torino e li ho dati a mia cognata – ha raccontato – Doveva consegnarli all’avvocato di mio fratello, Alfredo Biondi, e servivano per corrompere il giudice.” Il tentativo non è però andato a buon fine: “la condanna a mio fratello è stata addirittura aumentata, e non è stato difeso da Biondi, ma dal figlio. Quindi poi ci siamo fatti restituire i soldi dall’avvocato”. Riguardo altri episodi o tentativi di corruzione, Marando non ha saputo fornire ulteriori dettagli, affermando: “So solo che mio fratello Pasqualino si era occupato di diverse situazioni”.


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