Domenico Scilipoti è uno dei parlamentari italiani più discussi. Ricordiamo come due anni fa, un po’ a sorpresa ma non troppo, abbandonò l’Italia dei Valori alla vigilia del voto sulla mozione di sfiducia al governo Berlusconi, passando al Gruppo Misto e, di fatto, salvando il governo del Cavaliere.
Sul politico nato a Barcellona Pozzo di Gotto (ma da sempre vissuto a Terme Vigliatore) se ne possono raccontare tante, forse troppe. E l’ultima è proprio di oggi. Sembra che infatti Scilipoti si sia “proposto” al suo ex partito, per un “appoggio esterno”. “Nel partito non tornerei mai, ma se all’Idv servisse la mia presenza per continuare a rappresentare gli italiani nella Camera dei deputati io potrei essere disponibile“, afferma. Già questa è una dichiarazione che fa quantomeno alzare un sopracciglio. In un momento del genere, dove il cittadino è deluso e disilluso nei confronti della politica, un ulteriore cambio di schieramento non fa certo del bene. Ma, oseremmo definirla inquietante, è un’altra frase di Scilipoti: “Però Di Pietro mi dovrebbe chiamare e dovrebbe capire che i parlamentari non sono numeri, ma idee“. Come? Proprio lui che ha abbandonato i suoi compagni e ha, si può ben dire, regalato un altro anno di governo all’avversario al quale, si sospetta ma non c’è la certezza, si è venduto? In quel caso, caro onorevole, non hai rinnegato le tue idee per “fare numero”?
Dopo due anni di “esilio”, gli ex amici lo riaccoglieranno a braccia aperte? Di Pietro, alle prese con ben altri problemi – dissidi interni, inchieste sui fondi, crollo di voti – ancora non si è pronunciato. Ma lo hanno fatto, e con idee abbastanza chiare, altri esponenti dell’IdV. E’ infatti un coro unanime di “No, grazie.” quello che si è alzato dal partito, che vede in Scilipoti il maggior esponente del “virus” (parole di Ivan Rota), che ha colpito il Parlamento.
E’ quindi probabile che, nonostante le difficoltà del momento, Di Pietro e soci faranno volentieri a meno del “senso di responsabilità” di Domenico Scilipoti. Ciò che fa un po’ tristezza, ci permettiamo di affermare, è che, nonostante siano passati oltre 150anni dall’Unità d’Italia, ancora oggi è presente nelle nostre Camere un “trasformismo” tardo-risorgimentale che, in un periodo così critico, appare quantomeno fuori luogo.


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