S. Agata di Militello (ME): donna operata entra in coma e muore, aperta inchiesta. Il chirurgo fu indagato per truffa nel 2011

Sabato scorso Maria Mancuso, 73enne di Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina, è morta all’ospedale Papardo. Nel nosocomio del capoluogo la donna è stata trasferita a seguito di un’operazione al femore effettuata proprio all’ospedale di Sant’Agata 45 giorni prima. Subito dopo l’intervento le condizioni della donna sono apparse gravi, la donna era infatti in coma. Poiché a Sant’Agata non vi è rianimazione, è stata trasportata prima all’ospedale di Patti e poi, su insistenza dei familiari, al reparto di Neurologia del Papardo di Messina. Ma, nonostante le cure dei sanitari, la donna non ce l’ha fatta. Il marito ha quindi deciso di presentare denuncia nei confronti dei medici dell’ospedale di Sant’Agata.

Nella denuncia si legge che ”il primario di ortopedia Sabatino Carianni ha voluto per forza operare la donna inserendole una protesi all’anca nonostante la modesta frattura del femore”. La donna si era procurata la frattura a causa di una banale caduta in giardino. Poiché la signora Mancuso è deceduta al Papardo, la direzione della struttura ha voluto precisare che era stata ricoverata prima presso gli ospedali di Sant’Agata Militello e Patti e che all’ospedale Papardo era giunta il primo settembre “con diagnosi ‘Coma vigile’: precisamente la paziente si presentava con una tetraplegia ai quattro arti“. Le condizioni della donna “si presentavano già gravissime al momento del ricovero“, tanto che, “nonostante le cure praticate, non vi è stata ripresa delle funzioni encefaliche ed a causa di aggravamento dell’edema determinato dalla grave ischemia cerebrale la paziente giunge all’exitus“.

Sabatino Carianni, primario di Ortopedia negli ospedali di Patti e Sant’Agata, era già balzato all’onore delle cronache nel gennaio 2011, quando era stato accusato di truffa ai danni dell’Azienda Ospedaliera. Agevolando due imprenditori catanesi di sua conoscenza, aveva convinto l’Ausl 5 a firmare un contratto in esclusiva per la fornitura di protesi ortopediche. L’Azienda ha versato nelle casse della ditta catanese circa 4 milioni di euro, con conseguenti “favori” elargiti dagli imprenditori al Carianni. Nell’indagine furono coinvolti, oltre all’ortopedico e ai due imprenditori, un dipendente della ditta e la figlia. L’uomo era diventato “faccendiere” del medico, lavorando anche come autista e veicolando, tramite i suoi conti, il denaro che gli imprenditori elargivano al Carianni. I cinque furono accusati a vario titolo di corruzione, peculato, truffa aggravata e falso.