In queste ore febbrili, mentre i riflettori di tutti i network internazionali, delle televisioni di Stato e delle grandi testate mondiali sono puntati su Gerusalemme e Tel Aviv, i commentatori dell’intellighenzia nostrana si trovano di fronte a un paradosso insostenibile per i loro schemi mentali. Ma come, davvero si vota in Israele? Non ci avevano raccontato per anni, con sussiego accademico e toni apocalittici dai salotti televisivi romani e milanesi, che quello israeliano fosse ormai un bieco regime totalitario, uno Stato autoritario e militarista guidato da un dittatore genocida? Eppure, i fatti, testardi e implacabili come sempre, si incaricano di spazzare via anni di mistificazioni ideologiche. Lo spoglio delle schede è appena agli albori, ma il dato politico, sociale e culturale di questa notte elettorale è già scolpito nella pietra: Israele ha celebrato una straordinaria, vibrante e irriducibile festa della democrazia.
I numeri parlano con la forza travolgente dell’oggettività. Chiamati alle urne oltre sette milioni e mezzo di elettori, il popolo si è riversato in massa ai seggi, facendo registrare un’affluenza monumentale che ha superato il 77,8%. È il dato più alto dal 1988, una prova di titanica vitalità civica che ridicolizza l’asfittico panorama elettorale delle democrazie europee. Nelle nostre capitali occidentali, in quell’Europa che dall’alto di un pulpito moralmente dissestato pretende di impartire lezioni di civiltà allo Stato ebraico, l’astensionismo divora ormai regolarmente quasi la metà del corpo elettorale, certificando un distacco irreversibile tra cittadini e istituzioni. In Israele, al contrario, si vota con l’ardore di chi sa che la scheda nell’urna coincide con il destino stesso della propria sopravvivenza. Hanno votato tutti: le famiglie dei kibbutz, i giovani metropolitani, gli ebrei ortodossi, ma anche le comunità arabe e i beduini del Negev, che hanno esercitato liberamente il loro diritto di scegliere partiti arabi pronti a sedere alla Knesset, il parlamento israeliano. È il cortocircuito definitivo per i cantori della propaganda anti-israeliana: Israele è e rimane l’unico angolo di tutto il Medio Oriente in cui persino un cittadino arabo gode dei pieni diritti politici, può votare, farsi eleggere e contestare il governo senza rischiare il patibolo o la tortura. In tutte le nazioni arabe limitrofe, le elezioni sono una farsa grottesca o non esistono affatto; lì risiedono le vere tirannie, gli autentici regimi dispotici, proprio quei regimi che finanziano il terrore e sognano la cancellazione di Israele dalle mappe geografiche, con il vergognoso consenso delle sinistre occidentali.
La menzogna della dittatura e il diritto inalienabile a difendersi dal terrore
Questa massiccia partecipazione popolare smentisce in radice la retorica tossica di una sinistra occidentale e italiana che ha scambiato, con malafede o tragica ignoranza, la ferma autodifesa di una nazione per una deriva autoritaria. Benjamin Netanyahu non ha preso il potere con un golpe di palazzo: è il capo di un governo democraticamente scaturito dalla maggioranza del voto popolare espresso quattro anni or sono, esattamente come avviene per un cancelliere tedesco, un presidente francese o un premier italiano. E quando è giunta la scadenza naturale del mandato, nonostante il Paese stesse combattendo una guerra esistenziale su molteplici fronti, sotto la pioggia costante dei missili balistici dell’Iran e affrontando l’abisso del conflitto a Gaza, Israele non ha sospeso la Costituzione, non ha prorogato d’imperio i propri organi di governo, non ha ceduto alla tentazione dell’emergenza permanente. Ha ridato la parola ai propri cittadini.
La verità che l’Occidente ipocrita, o meglio le sinistre occidentali ipocrite, rifiutano di ammettere è che la campagna militare scaturita dopo il barbaro pogrom del 7 ottobre non è mai stata la folle avventura bellicista di un uomo solo, ma una dolorosa, obbligata e categorica necessità difensiva. Il 7 ottobre non è stato un episodio bellico convenzionale: è stato il più efferato eccidio di ebrei perpetrato in un solo giorno dai tempi della Shoah, un assalto pianificato di massacratori islamisti votati allo sterminio sistematico di donne, neonati e anziani. Qualunque democrazia al mondo aggredita in quel modo avrebbe reagito con identica, implacabile determinazione per proteggere i propri confini e liberare i propri ostaggi. Descrivere Israele come un regime aggressore significa ribaltare la realtà fattuale, giustificare surrettiziamente il terrorismo e collocarsi deliberatamente dalla parte sbagliata della storia. Come le sinistre hanno fatto, appunto, negli ultimi anni in Italia, in Europa e in Occidente.
L’opposizione del generale Eisenkot e l’amara disillusione dei compagni europei
I primi exit poll tratteggiano uno scenario politico complesso ma inequivocabile: il blocco di centrodestra guidato da Netanyahu si attesta ancora una volta al primo posto, pur nell’incertezza matematica di raggiungere autonomamente la soglia dei seggi necessaria per governare. Alle sue spalle preme l’opposizione di centro-sinistra. Ed è qui che crolla il secondo, gigantesco castello di carte della sinistra europea. Da noi, nelle redazioni dei giornaloni progressisti e nelle segreterie dei partiti socialisti alleati, si favoleggia di un’opposizione israeliana pronta a calarsi le braghe, a gettare la spugna, ad assecondare le farneticazioni delle flottiglie umanitarie e dei cortei universitari filo-Hamas. Niente di più grottescamente falso.
A guidare l’alternativa politica a Netanyahu non è un teorico dell’irenismo pacifista, ma una figura emblematica della tempra militare israeliana: il generale Gadi Eisenkot, già capo di stato maggiore dell’esercito, un uomo che nel fango e nelle macerie della guerra a Gaza ha pagato il tributo più straziante che un padre possa concepire, perdendo in combattimento il proprio figlio Gal Meir. Eisenkot, che per l’elettorato incarna l’anima più rigorosa e pragmatica delle forze armate, ha scandito per tutta la campagna elettorale parole che non lasciano alcuno spazio alle illusioni occidentali: l’Iran rappresenta una minaccia esistenziale mortale per lo Stato ebraico e Hamas deve essere sradicato e distrutto militarmente senza alcuna esitazione. Sulle linee strategiche di sopravvivenza nazionale, sulla sicurezza dei confini e sulla risposta intransigente all’asse del terrore teocratico, l’opposizione israeliana farebbe esattamente ciò che ha fatto Netanyahu.
Le frizioni tra i due schieramenti appartengono esclusivamente alla dialettica interna: Eisenkot e il fronte laico chiedono con fermezza l’istituzione immediata di una commissione d’inchiesta statale indipendente per chiarire le gravissime falle d’intelligence che hanno consentito la tragedia del 7 ottobre, ed esigono la fine dei privilegi corporativi con la coscrizione militare obbligatoria per gli ebrei ultraortodossi, finora coccolati dalla coalizione di destra. La contesa è sull’efficienza dello Stato e sull’equità del dovere civico della difesa, non certo sull’abbandono delle armi o su concessioni suicide ai terroristi. I leader del Partito Democratico italiano (per non parlare delle altre forze ancor più estremiste come M5S e AVS), e delle famiglie progressiste europee dovrebbero guardarsi allo specchio: i loro supposti referenti ideologici a Tel Aviv considerano la distruzione dei nemici di Israele un dovere morale e patriottico. In questo, sono totalmente allineati aNetanyahu. Quelle di Gaza e con l’Iran, quindi, non erano guerre di Netanyahu. Era diritto difensivo di un popolo. Non c’è alcun margine per le compiacenze ideologiche con cui una certa sinistra europea accarezza le tesi islamiste: per Israele la difesa della patria è una questione di vita o di morte, condivisa da tutta la nazione a prescindere dal colore politico.
Il mito di Aschenez e l’eco delle Giudecche: il filo d’oro tra Israele, la Calabria e la Sicilia
Dalle sponde dello Stretto di Messina, questo sussulto di orgoglio e identità non appare estraneo o remoto, ma tocca corde profonde, scuotendo la memoria ancestrale di una terra che con la civiltà ebraica condivide radici millenarie. Chi vive e respira tra Reggio Calabria e la Sicilia sa bene che la presenza ebraica non è una comparsa accidentale nei libri di polverosa archivistica locale, ma un elemento fondativo dell’humus culturale mediterraneo. Secondo una nobilissima tradizione storiografica raccolta persino da Giuseppe Flavio nelle sue Antichità Giudaiche, la stessa città di Reggio Calabria affonda le sue origini leggendarie nella figura biblica di Aschenez, pronipote di Noè, capostipite di quelle genti mediorientali che approdarono lungo la costa calabra millenni prima dell’avvento di Roma. A Reggio il toponimo di via Aschenez e il reticolo storico della Giudecca, che ancora oggi battezza il cuore pulsante del centro cittadino attorno a via Giudecca dove non a caso sorge il Tapis Roulant, eccellenza tecnologica e innovativa della città, sono le cicatrici gloriose di una comunità che per secoli alimentò il commercio, la cultura medica, la filatura della seta e il pensiero filosofico anche in riva allo Stretto.
Basta percorrere pochi chilometri verso la punta meridionale dell’Aspromonte per imbattersi a Bova Marina nei resti monumentali della sinagoga di Archeoderi risalente al quarto secolo dopo Cristo, la seconda più antica di tutto il bacino occidentale del Mediterraneo dopo quella di Ostia Antica. Lì, nei mosaici policromi che raffigurano la Menorah, lo Shofar e il cedro, si respira la primogenitura dell’ebraismo calabrese. Un filo sacro che risale la costa tirrenica fino alla Riviera dei Cedri e a Santa Maria del Cedro, dove ogni anno, sul finire dell’estate, giungono rabbini da Gerusalemme, da Tel Aviv e da New York per selezionare a mano il cedro perfetto, il prezioso mitsvah destinato alla festa delle capanne, il Sukkot. Un rito immutabile che fa della Calabria il cuore spirituale agricolo dell’ebraismo mondiale.
E volgendo lo sguardo verso la Sicilia, la culla isolana rivela la medesima, commovente eredità. A Siracusa, nel labirinto di Ortigia, giace sotto il livello del suolo il più antico bagno rituale sotterraneo d’Europa, il Mikveh della Giudecca, testimonianza stupefacente di purezza e devozione che ha resistito ai secoli e ai terremoti. Dalla Giudecca di Palermo, dove le sinagoghe convivevano con il fermento cosmopolita della corte normanna, fino agli insediamenti operosi di Messina, Trapani e Catania, la Sicilia fu terra d’elezione per decine di migliaia di ebrei, spazzati via soltanto dalla follia dell’editto d’espulsione spagnolo del 1492. Celebrare oggi il vigore democratico di Israele significa, per noi calabresi e siciliani, riscoprire quel legame viscerale di sangue, cultura e commercio che nessuna censura ideologica potrà mai cancellare dalle nostre pietre e dalla nostra memoria.
Il coraggio della verità contro il disfattismo dell’Occidente smarrito
Guardare alla notte elettorale di Israele con gli occhi sgombri dal velo della faziosità significa riscoprire il significato autentico della parola libertà. Israele si erge a baluardo insostituibile dei principi di democrazia, laicità dello Stato e diritti civili nell’epicentro di un’area geografica dominata da teocrazie oscurantiste, tirannie dinastiche e fondamentalismi sanguinari. È il confine avanzato dell’Occidente, una trincea che protegge quegli stessi valori che in Europa vengono dati per scontati o svenduti al miglior offerente in nome del politicamente corretto.
Fa sanguinare il cuore constatare l’accanimento morale, la foga censoria e la violenza verbale con cui fette consistenti della sinistra europea e italiana continuano a criminalizzare una nazione intera. Un popolo che 85 anni fa ha conosciuto l’orrore assoluto dei campi di sterminio nazisti, oggi si ritrova a subire un altro attacco feroce: quello della delegittimazione morale, dell’odio travestito da pacifismo di facciata, del linciaggio mediatico orchestrato da chi non ha il coraggio intellettuale di chiamare il fanatismo islamista con il suo vero nome. Da questa sponda del Mediterraneo, tra la terra di Calabria e le coste di Sicilia, il messaggio che sale in questa notte di partecipazione democratica è un tributo alla verità e all’onore. Finché esisteranno cittadini capaci di mettersi in fila per ore alle urne pur sotto il rombo degli aerei da guerra per difendere il proprio diritto di esistere come nazione libera e sovrana, la fiaccola della civiltà rimarrà accesa contro ogni barbarie.
